Bianco e rosso è questo delirio.
Oggi è la vigilia, il giorno del chupinazo, il petardo che dà il via ai festeggiamenti.
Un giorno che comincia bianco e rosso e diventa poi di un unico colore, quello del vino tinto che finisce sulla gente.
C’è nebbia anche se è estate.
Si sbianca il cervello; si arrossano gli occhi e la piazza diventa un’immensa macchia viola sulla tovaglia bianca, appena messa per la festa di S. Fermin.
Rosso era il sangue del santo che colava sulla sua pelle candida- lo decapitarono a trentun anni.
Rosso come il vino? Bianco come la faccia di quella lì?
Un toro blu con le corna gialle si affaccia alla finestra: sono due, sono tre, sono in tutta la città.
La ragazza sviene.
L’uomo del camion della nettezza urbana mi fa segno di alzarmi dalla panchina, deve passare con il getto d’acqua. Non mi sposto.
Un ragazzo mi saluta con una bottiglia, poi si gira e piscia addosso a un albero. Un cane lo guarda.
Attacca una canzone che conosco, inglese.
Poi i suonatori andalusi si mettono a strimpellare le loro chitarre gipsy: ma qui non siamo forse in Navarra, nel nord?! Qualcuno dice che non c’entrano, sono come i mandolini napoletani a Venezia.
Hemingway fa una smorfia dal suo busto di marmo e ci beve su: «Fiesta!», un po’ è colpa sua.
Due bambini biancorossi ballano.
Rosso come il sangue del toro? Bianco come il niente che vede davanti a sé chi scappa.
Il toro? Dov’è il toro? Oggi non c’è. L’encierro, la corsa, è domani.
Il toro aspetta impaziente le otto di mattina per infilzare lo scemo del villaggio, puntuale.
Altro sangue. Qualcuno chiami il santo.

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