Non erano belli, questo no. Decisamente fuori moda, dimessi e di pochissime parole. Però stavano insieme e almeno questo li rendeva, ai miei occhi, un po’ meno casi umani: lei con quegli occhialetti da presbite, non un filo di trucco, i capelli rossi disidratati e il culone; lui con uno strabismo stanco ingrandito dalle lenti fonde, altissimo e con una zazzera biondo-rossa senza direzione.
Si sorreggevano a vicenda nella loro andatura strampalata.
Non so se fossero felici, ma il fatto che fossero una coppia pareva dimezzare la loro portata singola di tristezza. Venivano per tempo, aspettando anche ore l’orario esatto dello spettacolo. Si sedevano vicini sulle poltroncine di  finta pelle  dicendosi poco niente.
Poi, finito il film, uscivano per mano, in silenzio.
Per un po’ di mesi non li ho più visti. Poi, finalmente ho rivisto più volte lei, da sola.
L’ultima volta domenica: ricurva e sguardo basso, ancora meno parole.
Col caldo, nei luoghi affollati d’inverno, le solitudini si notano di più.

Anche se lo spettacolo in sala era cominciato appena da qualche minuto non è voluta entrare, ha preso il biglietto per quello di un’ora e mezza dopo e, senza passare per il bar o per il bagno, ha fatto le scale, si è seduta sulle poltroncine e ha aspettato. Vecchio vizio.
Nell’atrio al piano superiore, non c’è l’aria condizionata e le pareti a specchio lo rendono un forno rovente. Non credevo sarebbe resistita per molto, le si sarebbero incendiati presto i capelli, pensavo.  E poi tutta quell’attesa, da sola.
Così con una scusa sono andata a controllare. Era lì, seduta, con la testa bassa e le mani unite, chiuse tra le ginocchia, come per scaldarle. Impassibile dentro i suoi strati: una giaccia impermeabile scura e poi una camicia bianca con il collo a punte.
Era caldissimo, ma non dava il minimo segno di soffrirne, piegata su se stessa. Anzi.
La sua solitudine -ho dedotto- deve abbassare di molto la temperatura corporea, ghiacciare dentro i vestiti e richiedere altra solitudine: i posti deserti, gli angoli bui per nascondersi meglio, come le camice abbottonate fino all’ultimo.
Mi ha intristito e non sono riuscita a immaginarle il pensiero. Mi ha intristito ancora di più.
Ha aspettato, ha visto un film per famiglie, poi è uscita così come era entrata, soffocando le ore del giorno della settimana che per molti  può essere una vera condanna.
Domenica prossima, se la rivedo, provo a offrirle una coca fresca di sotto. Vediamo se si toglie almeno la giacca.

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