Per me il problema è sempre cominciare. Quello che mi blocca è l’idea di definitivo, di nero indelebile su bianco, di sbarre dentro il vuoto accecante di una schermata word che inchioda.
Allora non mi resta che difendermi pensando all’insieme come a un abbozzo perenne, una gigantesca ameba che non ha ancora forma, ma potenzialmente può essere tutto: una bellissima pagina o un aborto. Devo smettere di lavorare di testa, di alimentare il caos invisibile, dare concretezza alle idee che mi formicolano il cervello, liberare le farfalle. Mi sforzo a buttare giù qualcosa che etichetto sotto l’alibi di “temporaneo”, “non definitivo”, “in prova”. Poi mi salvo in bozze, perché solo dalle parole nascono altre parole e magari inaspettatamente anche quelle giuste in mezzo agli sgorbi, ai tentativi, ai refusi. Mi auguro che, quando inizierò a riconoscerle, quelle buone, vedrò il filo di luce che le accomuna e allora via a tessere pagine e pagine, con quella sorta di frenesia che mi fa stare seduta per ore e mi rovina gli occhi. Sperando che quella forza non finisca mai o il più tardi possibile.
Spesso le cose che aspirano a un valore, seppur minimo, richiedono uno sforzo che vale il loro prezzo.
Ho come l’impressione che non c’entri solo con la scrittura.
L’ispirazione gratis è per pochi eletti, come il colpo di fulmine.

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