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sara_sta_scrivendo

Mese

maggio 2009

Escursione termica

Non erano belli, questo no. Decisamente fuori moda, dimessi e di pochissime parole. Però stavano insieme e almeno questo li rendeva, ai miei occhi, un po’ meno casi umani: lei con quegli occhialetti da presbite, non un filo di trucco, i capelli rossi disidratati e il culone; lui con uno strabismo stanco ingrandito dalle lenti fonde, altissimo e con una zazzera biondo-rossa senza direzione.
Si sorreggevano a vicenda nella loro andatura strampalata.
Non so se fossero felici, ma il fatto che fossero una coppia pareva dimezzare la loro portata singola di tristezza. Venivano per tempo, aspettando anche ore l’orario esatto dello spettacolo. Si sedevano vicini sulle poltroncine di  finta pelle  dicendosi poco niente.
Poi, finito il film, uscivano per mano, in silenzio.
Per un po’ di mesi non li ho più visti. Poi, finalmente ho rivisto più volte lei, da sola.
L’ultima volta domenica: ricurva e sguardo basso, ancora meno parole.
Col caldo, nei luoghi affollati d’inverno, le solitudini si notano di più.

Anche se lo spettacolo in sala era cominciato appena da qualche minuto non è voluta entrare, ha preso il biglietto per quello di un’ora e mezza dopo e, senza passare per il bar o per il bagno, ha fatto le scale, si è seduta sulle poltroncine e ha aspettato. Vecchio vizio.
Nell’atrio al piano superiore, non c’è l’aria condizionata e le pareti a specchio lo rendono un forno rovente. Non credevo sarebbe resistita per molto, le si sarebbero incendiati presto i capelli, pensavo.  E poi tutta quell’attesa, da sola.
Così con una scusa sono andata a controllare. Era lì, seduta, con la testa bassa e le mani unite, chiuse tra le ginocchia, come per scaldarle. Impassibile dentro i suoi strati: una giaccia impermeabile scura e poi una camicia bianca con il collo a punte.
Era caldissimo, ma non dava il minimo segno di soffrirne, piegata su se stessa. Anzi.
La sua solitudine -ho dedotto- deve abbassare di molto la temperatura corporea, ghiacciare dentro i vestiti e richiedere altra solitudine: i posti deserti, gli angoli bui per nascondersi meglio, come le camice abbottonate fino all’ultimo.
Mi ha intristito e non sono riuscita a immaginarle il pensiero. Mi ha intristito ancora di più.
Ha aspettato, ha visto un film per famiglie, poi è uscita così come era entrata, soffocando le ore del giorno della settimana che per molti  può essere una vera condanna.
Domenica prossima, se la rivedo, provo a offrirle una coca fresca di sotto. Vediamo se si toglie almeno la giacca.

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Salva in bozze

Per me il problema è sempre cominciare. Quello che mi blocca è l’idea di definitivo, di nero indelebile su bianco, di sbarre dentro il vuoto accecante di una schermata word che inchioda.
Allora non mi resta che difendermi pensando all’insieme come a un abbozzo perenne, una gigantesca ameba che non ha ancora forma, ma potenzialmente può essere tutto: una bellissima pagina o un aborto. Devo smettere di lavorare di testa, di alimentare il caos invisibile, dare concretezza alle idee che mi formicolano il cervello, liberare le farfalle. Mi sforzo a buttare giù qualcosa che etichetto sotto l’alibi di “temporaneo”, “non definitivo”, “in prova”. Poi mi salvo in bozze, perché solo dalle parole nascono altre parole e magari inaspettatamente anche quelle giuste in mezzo agli sgorbi, ai tentativi, ai refusi. Mi auguro che, quando inizierò a riconoscerle, quelle buone, vedrò il filo di luce che le accomuna e allora via a tessere pagine e pagine, con quella sorta di frenesia che mi fa stare seduta per ore e mi rovina gli occhi. Sperando che quella forza non finisca mai o il più tardi possibile.
Spesso le cose che aspirano a un valore, seppur minimo, richiedono uno sforzo che vale il loro prezzo.
Ho come l’impressione che non c’entri solo con la scrittura.
L’ispirazione gratis è per pochi eletti, come il colpo di fulmine.

Odor di foglia

Ho risentito quell’odore: i miei primi compleanni sapevano di foglia, foglia verde mangiucchiata.
Olfatto e memoria lavorano sullo stesso binario, riportano indietro, in un momento preciso anche se dai contorni sfatti.
Un odore verde foglia, quella foglia.
Mangiavano solo quella foglia e nient’altro: prima sminuzzata in piccoli pezzi, poi tagliata a listarelle, infine foglie intere, tutto un ramo. I bachi, io me li ricordo, avidi mangiatori di foglia!
Arrivavano a casa che erano solo ovetti microscopici, poi puntini neri, poi piccolissimi vermetti, bruchi biancastri, con degli ideogrammi indecifrabili, neri, sul dorso. Infine diventavano grossi, delle dimensioni di un mignolo, morbidi e brutti.
Mi sono sempre piaciuti gli animali sgraziati.
Cambiavano pelle, cinque, sei volte. Non ci stavano più in quella vecchia: allora dormivano per un po’, niente foglia, e si lasciavano dietro la carcassa di una vita stretta. Non una, ma cinque pelli, perché bisogna cambiarne di vite per  tentare, almeno, di diventare farfalle.
Poi arrivava il momento in cui facevano la gran scorpacciata finale, si ingozzavano di foglia e d’un tratto cominciavano a sbavarsi addosso, a farsi una casa piccola e avvolgente di bava e ci si chiudevano dentro fino a perdervisi. Non si riconoscevano più, dormivano tanto e sognavano promesse di seta, mondi leggeri. Marcivano dentro i sogni, intanto cambiavano forma, natura, aspetto.
Ricordo che tutti venivano a vederli, le scuole, i bambini, per capire la metamorfosi. La “meta…” che?! Io ero fiera, non so bene perchè,  forse per il fatto che qualcuno venisse a casa mia per vedere ‘sti bruchi magici, che erano pure bruttini, ma simpatici. Con quel musetto! E io ero “quella dei bachi”.
Poi i bozzoli venivano ammollati nell’acqua calda, ma io questa fase per fortuna non l’ho mai vista.
Solo qualcuno era risparmiato e diventava una misera farfallina grigia che viveva un giorno.
Un giorno di vita, giusto per deporre nuove uova.
Allora il mio compleanno era già passato da qualche settimana e non c’era più l’odore di foglia.
Mi sa che sono nata sotto il segno del baco: che deve lasciarsi alle spalle di continuo vecchie vite, con fatica. Avido di foglie verdi, e solo quelle. Amante dei bozzoli e delle attese per felicità effimere, magari anche di un solo giorno.

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