Ci sei. E dopo trenta secondi non ci sei, forse. Sei a letto. E dopo mezzo minuto non hai più il pavimento che ti regge. Il tetto ti si è sbiciolato addosso: calcestruzzo friabile come una crosta di pane secco. Respiri polvere e schegge, ma respiri?
Se respiri non trovi le parole, non ti vengono, sono sotto, sotto là.

È difficile trovare parole adatte e allo stesso tempo reali per raccontare paesi e vite che si sgretolano. I media ci cascano sempre nel trabocchetto: quante frasi buttate via, inutili come salotti televisivi, fastidiose come mosche (vespe?) sugli occhi. Non serve strappare lacrime che scendono da sole, qualcuno lo può dire a quei signori in cravatta?

Le uniche parole belle (belle, sì perchè c’è sempre bisogno di bellezza per poter vivere) che mi sono parse dense e discrete sono state quelle di Gian Antonio Stella, nel suo articolo di apertura del Corriere della sera:

[…]Solo il silenzio. Un silenzio gonfio di disperazione. Rotto solo dal pianto di qualche parente e dal rumore dei caterpillar che affondano le pale tra le rovine tirando su enormi cucchiaiate di quotidianità annientata.
Frigoriferi sepolti sotto tonnellate di pietra con una confezione di uova rimaste miracolosamente intatte che si rompono rotolando via nella polvere. Stufe a gas. Credenze dai vetri scoppiati coi bicchierini del vermouth della domenica rovesciati tutti da una parte. Spalliere di ottone che emergono tra i travi e i mattoni luccicando gialle sotto il sole. […]
«Io e mia moglie ci siamo salvati per un pelo. Fortuna. Vuol sapere la cosa più assurda? Si è sentito uno schianto e ci tremava la terra sotto i piedi e venivano giù le pareti e io mi sono trovato a imprecare:“Le scarpe!Dove ho messo le scarpe?” […]
Mentre cala la notte, nei paesi sotto il Gran Sasso la terra, ogni tanto, dà un nuovo scossone. Piccolo. Leggero. Sinistro. Così, tanto per ricordare chi comanda.»

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