Dopo una giornata a notare i nomi delle imbarcazioni, ho inforcato la bici. Mi sono accorta che anche le bici, se sono fortunate, hanno i nomi. Nomi comuni, marche, che possono diventano nomi propri di oggetti, femminili e singolari.
Prendo la vecchia bici del nonno. È nera, scrostata, con i manubri di osso, secchi e ruvidi. Ha una sella moderna che non le appartiene, la catena un po’ arrugginita che suona come un’orchestrina di latta stonata. Al centro del manubrio c’è uno stemma con una piccola aquila ad ali spiegate e sotto a caratteri maiuscoli c’è scritto: Ardita. È un nome dal retrogusto fascista, ma il ricordo del nonno subito me lo lava via. Mi viene più facile pensare che l’abbia trovata abbandonata in un fosso o che l’abbia scambiata, per sbaglio, con qualche fan del duce, una domenica, fuori dal bar, o semplicemente all’epoca non facevano altre bici. La rimetto in garage e posteggiate ci sono le altre sue compagne. Riesco solo a pensarle al femminile.
Augusta è la vecchia bici di papà, regalo di matrimonio, vecchia gloria dorata, ora impolverata, di ciclismo dilettantistico.
Poi c’è la Rondine. Propriamente non vola, corre sì, e ha piume bianche, viola e rosa. Rosa…anche la minuscola Graziella che avevo da piccola era rosa, rosa pallido, con una figurina di puffetta attaccata davanti. Non ce l’avevo incollata io, però.
Appoggiata al muro trovo la Mondial azzurro cielo, con la levetta del cambio sotto la sella e il campanello grosso come un cipollotto, azzurro anche quello. Bici usata, da trattare senza riguardi.
Infine buttata in un angolo c’è una mountain bike che ha conosciuto tempi migliori. Me l’ha data per pochi soldi il vecchio Cesco, mio meccanico-orologiaio (ossia costruisce orologi con gli ingranaggi delle bici) di fiducia. Ha il telaio fucsia a macchie nere. Una specie di manto da giaguaro anni ’80. Forse, solo come omaggio alla Rettore di allora, può avere un suo senso. Io non la voglio mai, la lascio volentieri a mio fratello. Non perché me ne vergogni, ma perché con il nome che ha mi sento poco sicura, potrei saltare in aria da un momento all’altro. La disgraziata si chiama Kamikaze.

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