Abbiamo bisogno di dare i nomi alle cose, come Adamo  fuori dal giardino di Dio. Forse l’ho già scritto, ma ne ho conferma ogni giorno. Prendiamo le barche ad esempio.
Le barche hanno il nome, un po’ per legge e un po’ per tradizione scaramantica.
A Venezia, ma penso in tanti altri luoghi d’acqua, hanno un nome quasi tutti i mezzi galleggianti di una qualche importanza, anche se in molti casi, per le loro dimensioni, basterebbe loro solo il numero. Ma il nome è diverso, è identità.

Barchini, rimorchiatori, motonavi, battelli, scafi, navi da crociera e carrette hanno spesso la loro bella identità scritta in corsivo da prima elementare, dipinta su un fianco o sul retro.

E non si chiamano solo Denise, Lady Elena, Priscilla, Carlotta, Giulietta, ma anche Mario, Gianni, Fiorello. Mi piace questa cosa, perché così smettono di essere solo imbarcazioni, hanno più vita. Puoi dire: “Ho visto passare Debora incalzata da Orlando” che non sono due amanti in fuga, ma una bagnarola e un motoscafo che si rincorrono spumeggiando.
Li cerco tutti i nomi, è il mio gioco del mattino, per farmela passare mentre cammino per le calli. Ho avuto la fissa di trovare la mia barca, con una specie di ostinazione infantile ed egocentrica che fa dire io-io. La stessa che ti costringe a cercare, a otto anni, ma anche oltre, il braccialetto, il pupazzo o la pergamena con su scritto il tuo stupidissimo nome e basta.
Centinaia di occhiate, ma mai vista. Stavo per perdere le speranze. Non ho un nome da barca.
Poi l’altra mattina, proprio mentre spiegavo la mia fissa a una persona che rideva divertita (o mi stava solo prendendo in giro?), l’ho vista, la mia barca.
È una semplice imbarcazione per trasporto oggetti ingombranti, bianca con una fascia blu, non ha il lustro della radica delle  grandi occasioni, niente fronzoli o riccioli. Ma si chiama come me.
O sono io che mi chiamo come lei?

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