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Mese

marzo 2009

Funes

“Noi in un’occhiata percepiamo: tre bicchieri su una tavola.
Funes: tutti i tralci, i grappoli e gli acini di una pergola. Sapeva le nubi australi dell’alba del 30 aprile 1882, e poteva confrontarle, nel ricordo, con la copertina marmorizzata d’un libro che aveva visto una sola volta, o con le spume che sollevò un remo, nel Rio Negro, la vigilia della battaglia di Quebracho. Questi ricordi non erano semplici: ogni immagine era legata a sensazioni muscolari, termiche, ecc. Poteva ricostruire tutti i sogni dei suoi sonni, tutte le immagini dei suoi dormiveglia. Due o tre volte aveva ricostruito una giornata intera; non aveva mai esitato, ma ogni ricostruzione aveva chiesto un’intera giornata. […]
– La mia memoria signore è come un deposito di rifiuti.-
Un cerchio su una lavagna, un triangolo rettangolo, un rombo, sono forme che noi possiamo intuire pienamente; allo stesso modo Funes vedeva i crini rabbuffati di un puledro, una mandria innumerevole in una sierra, i tanti volti di un morto durante una lunga veglia funebre. Non so quante stelle vedeva nel cielo.[…]
Il suo proprio volto nello specchio, le sue proprie mani, lo sorprendevano ogni volta.[…] Funes discerneva continuamente il calmo progredire della corruzione, della carie, della fatica. Notava i progressi della morte, dell’umidità. Era il solitario e lucido spettatore d’un mondo multiforme, istantaneo e quasi intollerabilmente preciso.[…]
Nel mondo sovraccarico di Funes non c’erano che dettagli, quasi immediati.”
J.L. Borges, Funes, o della memoria.

Ireneo Funes ha diciannove anni, ma è antico come l’Egitto. In seguito a una caduta da cavallo perde i sensi. Quando li riacquista, il presente gli diventa intollerabile tanto è in grado di percepirlo ricco e nitido. È così pure per i ricordi più antichi e banali. Rimane anche paralizzato, ma la cosa gli importa poco…sente che l’immobilità è il prezzo minimo, perchè la sua percezione e la sua memoria ora sono diventate infallibili. Ha così tanti dettagli in testa che non gli è facile dormire. Ma il suo sguardo è capace di contenere tutte le minuscole gocce d’acqua delle nuvole.  È un racconto per chi ha modi speciali di guardare il mondo. Per chi non lo sa, non vi dico come va a finire. Quel genio di Borges.


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Dare i nomi (bici)

Dopo una giornata a notare i nomi delle imbarcazioni, ho inforcato la bici. Mi sono accorta che anche le bici, se sono fortunate, hanno i nomi. Nomi comuni, marche, che possono diventano nomi propri di oggetti, femminili e singolari.
Prendo la vecchia bici del nonno. È nera, scrostata, con i manubri di osso, secchi e ruvidi. Ha una sella moderna che non le appartiene, la catena un po’ arrugginita che suona come un’orchestrina di latta stonata. Al centro del manubrio c’è uno stemma con una piccola aquila ad ali spiegate e sotto a caratteri maiuscoli c’è scritto: Ardita. È un nome dal retrogusto fascista, ma il ricordo del nonno subito me lo lava via. Mi viene più facile pensare che l’abbia trovata abbandonata in un fosso o che l’abbia scambiata, per sbaglio, con qualche fan del duce, una domenica, fuori dal bar, o semplicemente all’epoca non facevano altre bici. La rimetto in garage e posteggiate ci sono le altre sue compagne. Riesco solo a pensarle al femminile.
Augusta è la vecchia bici di papà, regalo di matrimonio, vecchia gloria dorata, ora impolverata, di ciclismo dilettantistico.
Poi c’è la Rondine. Propriamente non vola, corre sì, e ha piume bianche, viola e rosa. Rosa…anche la minuscola Graziella che avevo da piccola era rosa, rosa pallido, con una figurina di puffetta attaccata davanti. Non ce l’avevo incollata io, però.
Appoggiata al muro trovo la Mondial azzurro cielo, con la levetta del cambio sotto la sella e il campanello grosso come un cipollotto, azzurro anche quello. Bici usata, da trattare senza riguardi.
Infine buttata in un angolo c’è una mountain bike che ha conosciuto tempi migliori. Me l’ha data per pochi soldi il vecchio Cesco, mio meccanico-orologiaio (ossia costruisce orologi con gli ingranaggi delle bici) di fiducia. Ha il telaio fucsia a macchie nere. Una specie di manto da giaguaro anni ’80. Forse, solo come omaggio alla Rettore di allora, può avere un suo senso. Io non la voglio mai, la lascio volentieri a mio fratello. Non perché me ne vergogni, ma perché con il nome che ha mi sento poco sicura, potrei saltare in aria da un momento all’altro. La disgraziata si chiama Kamikaze.

Dare i nomi (barche)

Abbiamo bisogno di dare i nomi alle cose, come Adamo  fuori dal giardino di Dio. Forse l’ho già scritto, ma ne ho conferma ogni giorno. Prendiamo le barche ad esempio.
Le barche hanno il nome, un po’ per legge e un po’ per tradizione scaramantica.
A Venezia, ma penso in tanti altri luoghi d’acqua, hanno un nome quasi tutti i mezzi galleggianti di una qualche importanza, anche se in molti casi, per le loro dimensioni, basterebbe loro solo il numero. Ma il nome è diverso, è identità.

Barchini, rimorchiatori, motonavi, battelli, scafi, navi da crociera e carrette hanno spesso la loro bella identità scritta in corsivo da prima elementare, dipinta su un fianco o sul retro.

E non si chiamano solo Denise, Lady Elena, Priscilla, Carlotta, Giulietta, ma anche Mario, Gianni, Fiorello. Mi piace questa cosa, perché così smettono di essere solo imbarcazioni, hanno più vita. Puoi dire: “Ho visto passare Debora incalzata da Orlando” che non sono due amanti in fuga, ma una bagnarola e un motoscafo che si rincorrono spumeggiando.
Li cerco tutti i nomi, è il mio gioco del mattino, per farmela passare mentre cammino per le calli. Ho avuto la fissa di trovare la mia barca, con una specie di ostinazione infantile ed egocentrica che fa dire io-io. La stessa che ti costringe a cercare, a otto anni, ma anche oltre, il braccialetto, il pupazzo o la pergamena con su scritto il tuo stupidissimo nome e basta.
Centinaia di occhiate, ma mai vista. Stavo per perdere le speranze. Non ho un nome da barca.
Poi l’altra mattina, proprio mentre spiegavo la mia fissa a una persona che rideva divertita (o mi stava solo prendendo in giro?), l’ho vista, la mia barca.
È una semplice imbarcazione per trasporto oggetti ingombranti, bianca con una fascia blu, non ha il lustro della radica delle  grandi occasioni, niente fronzoli o riccioli. Ma si chiama come me.
O sono io che mi chiamo come lei?

Fame

Ho l’impressione che non siamo che enormi buchi da riempire, involucri in cerca di qualcosa che li possa saziare. Il desiderio di cibo è vero, le budella mugolano, i vuoti d’aria ci implodono dentro, non è immaginazione.
Siamo umanità piena di fame, pronta a buttarsi su qualsiasi cosa pur di sopire il vuoto… il problema resta con cosa riempiamo il buco che siamo. Il rischio è di finire a stiparsi lo stomaco di polistirolo: imbottisce ma non sfama.
Casi semplici, come M. che mette le dita dentro il vaso della nutella, indice e medio, e poi lecca con insistenza, tentando di raccogliere con la lingua, ruvida sul liscio, tutta la crema sui polpastrelli.
Casi più complessi, come P. che annega nella noia di una professione ereditata, una vita non scelta. Per questo si riempie fino a scoppiare di gettoni luminosi e intermittenti. Sacrifica il tempo che potrebbe passare con la moglie a ciliegie e campane di una slot machine di provincia. Più qualche giornalino sexy amatoriale per dessert.
L. mangia il gelato di nascosto, al buio, illuminata solo dalla luce fredda del freezer aperto. Non dovrebbe a causa dei suoi trigliceridi, machissenefrega. Nessuno la vede, è sola in casa.
T. si abbuffa di ore di lavoro sfiancante, tra la bassezza dei peggiori rutti da bar. Tutto pur di non avere il tempo di guardarsi allo specchio, cercando una via d’uscita a quel “cosa ci faccio io qui?”.
D. placa la fame con il sonno, andando a letto il prima possibile per non pensare, rifugiandosi nel buio caldo che cancella quell’ossessione di essere anonimo. E se non ce la fa da solo a dormire si aiuta con qualche caramella.
F. si perde in un bicchiere che non è più d’acqua da molto tempo, ma che almeno le toglie quel languore dallo stomaco. E poi sembra tutto più bello.
G. non mangia più, vuole colmare il vuoto col vuoto, sparendo inghiottita dalla sua fame da modella.
A. sta male non ce la fa più, si è fermato e si è guardato dentro: ha scoperto che ha un’ulcera che poi non è altro che un buco. Attraverso il foro ha visto che tutto ciò di cui si riempiva, proprio da lì, velocemente usciva, senza appagare, senza nutrire.
Ma c’è anche chi si sazia di quel che trova, grattando oltre la superficie: parole qua e là, immagini, storie, musica, schegge di bellezza vera o immaginata, sogni gonfi come mongolfiere, paesi da conoscere, persone da voler bene. Sempre per non sentire il brontolio.

Liberazione

Mi parli tra le sbarre:
leggo le tue labbra sporche
di marmellata
che dolce, appiccica.
Ma non sento la voce.
Soffoco:
morirò di noia,
sola nella voliera.
Ma con la fionda hai rotto il vetro,
e sono schegge di finestra:
fammi uscire.
Mi afferri con la mano calda,
sudata di corsa.
Devo liberare le falene
che sbattono le ali
tra le pareti della mia testa.
Credi?
E se mi facessi solo del male?
Alle lucertole ricresce la coda- dici.
Allora rido
e sputo ossi di ciliegia
contro al muro.
Aspetta,
hai una piuma tra i capelli.

Spotless mind

Camminiamo su un filo, sottile, una bava di ragno, sospesi tra quello che eravamo ieri e quello che saremo domani, mai uguali.
Che cos’è la memoria? Dimmi…
Un peso?
Vuoi cancellare, cancellare il nastro già inciso.
Hai messo tutto in una scatola e hai appiccato il fuoco.
Vuoi raschiare con l’unghia i volti dalle foto- è semplice, so che l’hai già fatto.
Ma poi ti trovi impigliato nelle parole di una canzone che ti fa pensare a un biglietto scritto tanto tempo fa quando c’era la neve e… che cos’è la memoria?
È quello che ci resta.
Le schegge che rimangono quando dimentichiamo quello che non serve, che non dura, che ci avvelena.
La memoria, mai ci sia tolta, perché è linfa e sangue che scorre.
E allora camminiamo avanti e indietro sulla pellicola sottile che illumina la nostra nebbia.
Perchè ricordare è la nostra tortura, ma ci salva.

Eternal sunshine of the spotless mind.

My Millionaire

Jamal Malik non ha studiato granché alla scuola di Mumbai, a malapena qualche libro di Dumas letto male, ma conosce tutte le risposte che contano.
Forse perché sta imbrogliando? È semplice fortuna? Oppure era scritto nel suo destino?
Il parallelo mi viene spontaneo. Ravi viene spesso a casa mia, lo aiuto a fare i compiti, ed è fisicamente molto simile al piccolo Jamal.
Non so di preciso dove sia nato, forse non lo sa nemmeno lui, ma ha l’odore dell’ India sulla pelle, quello che non va via per quanto sia un ragazzino pulito, occidentalmente parlando. Non sta fermo un minuto, sembra abbia ingoiato un’anguilla e mi fa impazzire due pomeriggi su due.
Certe volte mi sento impotente, quasi costretta a fargli una violenza obbligandolo a svolgere i problemi di geometria. Mi pare di doverlo convertire con la forza a un’altra religione, sedentaria e noiosa.
Domanda (mia): Ravi come si fa trovare l’area di quel triangolo?
Boh!

Non lo sa, se l’è già dimenticato. E ride.
Lui ride sempre, con un’impertinenza da scimmietta dispettosa, anche quando mi scappa di dirgli che non è possibile avere tutte quelle insufficienze e gli urlo di stare fermo altrimenti lo inchiodo alla sedia. E ride con i suoi dentoni bianchi, non smettendo per un attimo di battere a un ritmo infernale la mano sul tavolo.
A lui interessano le ultime scarpe di Pato e Cristiano Ronaldo.
Domanda (sua):…sai come si chiama quell’ultimo modello?
Non lo so, ammetto.
Ed è la mia risposta definitiva.
Nike Mercurial, verdi e arancioni. Mi fa l’occhiolino.
Poi, cullato dalla nenia di un mio tentativo di spiegazione, ripiomba nel suo mondo misterioso…che deve essere davvero bello, se ci si perde così volentieri- mi ha detto suo padre adottivo.
Domanda (mia): Cosa vuol dire due figure equivalenti?
Non risponde.

Raviii…
A volte vorrei penetrargli nel cervello e capire cosa pensa in quei minuti di completo trance. Con quel sorrisetto e l’occhio mobile e insieme fisso sullo schermo del mio computer in standby. Sembra andare dentro un’altra dimensione, ma non nel buio del campo stellare, troppo noioso per un tipo come lui, altri scenari gli si proiettano in testa. Mi pare di vederlo che saltella nella sua giungla privata di liane colorate, con le Mercurial ai piedi, baciando la figurina di Cristiano Ronaldo e mandandomi gioiosamente a quel paese.
Ravi non studia granché e non conosce tutte le risposte che io vorrei.
Ma ne sa altre che io ignoro.
Ecco perchè al Milionario mi straccerebbe, ne sono sicura.

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