Ho trovato il mio nume per caso. Se lo avessi cercato di proposito di certo non l’avrei mai riconosciuto: è apparso un sabato pomeriggio, freddo e nuvoloso.
Ha il volto e le pose di una donna, ma che le abbiano dato forma solida con una statua conta poco, ciò che importa è che qualcuno ha saputo vederla nelle cose.
Una stessa colata di bronzo unisce la sua figura esile a un ramo schiantato da un uragano, a un vecchio fazzoletto contadino e a una costellazione di residui: un cagnolino di plastica-sorpresa datata di un ovetto kinder-, una catena arrugginita, lamiere, ingranaggi di un utensile meccanico e il piccolo corpo di un neonato. La Madonna slancia le braccia e le gambe per tenersi in equilibrio sul caos che la circonda e tenta di sollevare il bimbo dal ciarpame che sconfina nel buio. Lei ha la forza di risorgere dai detriti di una discarica e perciò salva dal vuoto.
Non è racchiusa nella nicchia di una chiesa o nella teca di un santuario di provincia, non ha ceri che le si smoccolano intorno e nemmeno cassette tintinnanti di offerte, invisibili gli ex voto, nessuna prodigiosa guarigione.
Lei c’è, non l’ho immaginata, esiste per chi, almeno una volta ha conosciuto il dolore impronunciabile degli abbandoni, ha sospettato l’inutilità di quel che faceva, ha tentato di colmare i buchi di una vita imperfetta, ma ha avvertito anche il conforto del ritrovare, ha continuato a cercare nella melma, dove nessuno voleva mettere le mani, e qualche volta, ha scovato nel pattume il bambino che era o che vorrebbe essere.
È la Signora del Nulla, la Madonna dell’Inutile, ed è il dio di chi, anche solo per un istante si è sentito senza nome.
Io che amo frugare tra la robaccia dimenticata, ora come non mai, e che mi lascio impigliare nei misteri delle coincidenze, l’ho eletta a mia divinità personale.

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