Caro Faber,
sono felice di conoscerti, anche se non ti ho mai visto, un po’ come Dio. Perchè quando ti  osservo in filmati alla tv, quando ascolto le tue canzoni, mi sembra di averti sempre conosciuto, come fossi stato un amico, certo un po’ strano, dei miei. Con quel ciuffo di capelli sempre davanti all’occhio stralunato, la pelle segnata dalla vita, la sigaretta, tra l’indice e il medio, che ti avvolgeva nell’aureola di nicotina, la camicia aperta, un pullover quasi sempre blu e la chitarra.
Meno male che non sei diventato avvocato, ne avremmo perso tutti. E poi si sa dove hanno il cuore i giudici un po’ frustrati…
Senza Bocca di Rosa, Marinella e Dolcenera, senza Piero, Andrea e Carlo Martello come avremmo fatto? Mi piace che le tue canzoni si imparano presto, le parole vengono da sole come l’avemaria o le tabelline e valgono sempre come  dieci, venti, trenta anni fa e forse, per chi le sa leggere nel profondo, ancora di più.
Perchè è il tempo che santifica la poesia. E i poeti non muoiono mai.

Poter dire anch’io, un giorno: “quello che non ho, è quel che non mi manca”

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