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Mese

gennaio 2009

Persa

Frugò alla cieca dentro la borsa, rimescolando tutto il contenuto: a palpo, non c’era. Allora la rovesciò come un calzino sopra il letto, sperando di vedere cadere anche quello che cercava e invece nulla. Controllò le tasche di giacconi e cappotti, le mensole e i cassetti. Doveva averla dimenticata da qualche parte, o persa in giro, senza accorgersene, quell’agendina. Forse si era infilata tra i volumi che aveva restituito quel giorno in biblioteca, forse. O era scivolata fuori dallo zaino. Guardi che ha lasciato aperta la tasca le aveva fatto notare una signora bionda camminando per strada.

Mentre cercava, e anche dopo, si sentiva peggio che derubata, come se qualcuno le avesse sottratto la biancheria dalla cesta delle cose da lavare: stava male pensando a quell’intimità marchiata dal suo odore che qualcuno stava annusando. E perdere l’agenda vecchia proprio il giorno in cui si era comprata quella nuova! Più bella, in pelle sì, ma con le pagine bianche. Aveva perso l’agenda quando ormai non le serviva più, perché l’anno era iniziato da un po’ e non c’era altro spazio.
Quello che non trovava era l’accumulo irrisarcibile di un anno: gli impegni e le scadenze, certo, ma anche i film visti, le frasi dei libri che leggeva, le parole che qualcuno aveva detto, i commenti sotto le cose da fare o le feste consumate. Ci incollava ritagli di riviste e annotava le ore di lavoro, disegnava faccine o colorava intere facciate di nero, riportava citazioni, esclamazioni e parolacce che raramente le uscivano di bocca. Avrebbe dato in pegno volentieri quella nuova, vuota, se solo qualcuno le avesse riportato quella vecchia, proprio perchè non serviva più a nulla, ma era piena: era stata la sua memoria, discreta.

E invece qualcuno stava odorando le pagine della sua agenda e non la chiamava, nonostante ci fossero numero e indirizzo in prima pagina.

Ripensava ai minimi spostamenti di quei giorni  e mentre percorreva mappe mentali, ruminava un grumo  amaro di vergogna e dispiacere: sempre quell’idea di qualcuno che annusava le sue mutande.

E se invece semplicemente fosse caduta in canale? Inzuppata nella pioggia e trascinata nei rigagnoli fangosi che segnavano la città?

Cercò di dimenticarsene, magari così sarebbe saltata fuori, ma ogni tanto, come uno spillo rimasto infilato nella cucitura dei pantaloni, il pensiero dell’agenda la pungeva.

Aspettava una telefonata da quel qualcuno che riusciva a immaginare solo come un uomo. Cha fatica ricomiciare.

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Faber

Caro Faber,
sono felice di conoscerti, anche se non ti ho mai visto, un po’ come Dio. Perchè quando ti  osservo in filmati alla tv, quando ascolto le tue canzoni, mi sembra di averti sempre conosciuto, come fossi stato un amico, certo un po’ strano, dei miei. Con quel ciuffo di capelli sempre davanti all’occhio stralunato, la pelle segnata dalla vita, la sigaretta, tra l’indice e il medio, che ti avvolgeva nell’aureola di nicotina, la camicia aperta, un pullover quasi sempre blu e la chitarra.
Meno male che non sei diventato avvocato, ne avremmo perso tutti. E poi si sa dove hanno il cuore i giudici un po’ frustrati…
Senza Bocca di Rosa, Marinella e Dolcenera, senza Piero, Andrea e Carlo Martello come avremmo fatto? Mi piace che le tue canzoni si imparano presto, le parole vengono da sole come l’avemaria o le tabelline e valgono sempre come  dieci, venti, trenta anni fa e forse, per chi le sa leggere nel profondo, ancora di più.
Perchè è il tempo che santifica la poesia. E i poeti non muoiono mai.

Poter dire anch’io, un giorno: “quello che non ho, è quel che non mi manca”

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