Non so se ho voglia di raccontarvi com’è la Danimarca, l’ho giusto assaggiata. Mi è piaciuta. E ora dovrei magari spiegarvi per filo e per segno cosa ho visto, dove sono andata, chi ho incontrato, a che ora veniva buio, cosa ho mangiato e se era freddo oppure se ho beccato per le strade illuminate Babbo Natale?
Beh, penso che non lo farò.

Del paese di Andersen e di Amleto parlerò attraverso personaggi di carta, i miei preferiti.

Ho visto la Sirenetta. E’ la cosa più insignificante che c’è e che perciò tutti conoscono. Infatti ho trovato solo Italiani a fare le foto cartolina: “Tanti saluti da Copenhagen!”. Lei è fredda e distante, lì sul suo masso in  zona porto-industriale. Quasi capisco chi l’ha imbrattata di rosa tempo fa e le ha tagliato più volte la testa, dà sui nervi nella sua compostezza perfettina, nel suo rigore di bronzo. E poi la vedono tutti, non è speciale una cosa che vedono tutti. Molto meglio gli angolini nascosti sbirciati dalle finestre, i quartieri di case colorate, le barche pulite e i murales-da non fotografare!- di hippies stanchi.

Poi la natura: a me è sembrato di aver addocchiato il brutto anatroccolo cacciare la testa tra le canne in uno degli stagni del parco della città. Lui sì che mi sta simpatico, è discreto e sa mantenere il suo segreto, forse solo perchè non lo conosce. Sguazzava con i compagni, ma sempre un po’ staccato, si guardava in giro e di tanto in tanto interrogava il cielo grigio cercando risposte appese ai rami spogli degli alberi.  Si chiedeva perchè e come mai era finito lì, se era lui quello sbagliato oppure il mondo attorno. Ma il vento freddo non portava risposte. Forse solo il tempo deciderà per lui e gli svelerà il segreto. Magari tornerò a vedere che fine ha fatto.

Infine ho intravisto più volte lui, il principe. Non tanto nel castello di Kronborg, che chissà se era suo davvero, ma nei volti pieni di dubbi: che farò? chi sarò? cosa combinerò? sarò felice? meglio andare o restare?

La gran parte delle persone che ho incontrato -mai viste o sempre conosciute- e con cui ho vissuto momenti del mio tempo e spazio danesi credo abbia avuto in testa e nel cuore tutto questo grumo, a volte detto, a volte non detto. In qualsiasi lingua. E si capiva anche senza parole e si capiva che ce l’avevavamo tutti dento: futuri ingegneri o improbabili parolai. Forse è tutta colpa sua, di Amleto…ha impreganto la terra di dubbi, forse è solo merito suo. Ma è che tutti siamo Amleto e vediamo fantasmi continuamente e muoriamo di pazzia e di voglia di far fuori qualcuno, qualcosa, mentre le persone che ci vogliono bene davvero -forse- annegano nella nostra paranoia liquida, con Ofelia.

Io ho respirato questo nell’aria di Copenhagen, Helsingor, Lyngby, Hillerod, questo mi hanno detto i personaggi di carta.

Altro qui non vi dirò.

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