Dopo averle fatto il bagno, ho vestito Fatima: le ho messo la felpa che preferisce- quella del panda-, le ho aggiustato i pantaloni e rifatto la treccia. Negli occhi aveva tanti piccoli punti di domanda, ma se ne stava in silenzio, immobile, e mi lasciava fare, come fosse un gioco e lei la mia bambola, in piedi sopra al coperchio del water. Poi l’ho sollevata di peso e l’ho accompagnata a letto. Ho scostato le lenzuola e l’ho messa sotto, senza guardarla in faccia o mi sarei tradita.

– Mamma, perché mi metti a letto con i calzini?

Ho alzato lo sguardo mentre la rimboccavo e non ho aperto bocca. Dimenticavo che lei è il mio sismografo: registra anche le piccole scosse e non me le lascia passare inosservate.

– Così facciamo prima- mi sono limitata a dirle e le ho stampato un bacio sulla fronte, distratta.

Devi andartene.

Ho spento la lampada a forma di Snoopy che ha sul comodino e ho acceso la lucetta verde vicino alla porta.

– Mami, non mi hai letto la storia…

– Stasera…mamma ha da fare, domani ti prometto che ne leggiamo due.

Ho accostato la porta per non vedere lo sguardo triste ritagliato dal bordo del lenzuolo.

Avevo deciso che quella sarebbe stata l’ultima volta: che mi dava della puttana, che mi torceva il polso fino a farmi venire le pieghe viola, che mi urlava in faccia che dovevo stare zitta, zitta!

La prima, quando era successo, non ci credevo fino in fondo: era stata come il primo bacio, un episodio, una fantasia un po’ più vivida delle altre. È sempre la seconda volta quella della conferma. Ho cominciato a prendere atto che forse era successo veramente, che non mi ero immaginata tutto; e poi la terza, la quarta e l’abitudine. Mi ero anestetizzata ripetendomi che poteva succedere, che forse era normale, fino a quando Fatima ha cominciato a farmi domande. Allora le ferite hanno preso a pulsare. Non riconoscevo più me stessa, non riconoscevo più lui, non vedevo più la mia vita sotto l’occhio pesto.

Mi sono infilata in camera, ho tolto solo le scarpe, sono scivolata tra le coperte e ho spento la luce. Ho stretto gli occhi: di là continuavo a sentire il brusio della tv e lui che ronfava.

Dovevo solo aspettare, non c’era il rischio che mi addormentassi. Sotto le palpebre hanno cominciato a sfilare i fantasmi dei pensieri che si moltiplicavano e mi rendevano insopportabile quell’attesa scandita dai rimbombi nel petto. Devi andartene.

Poi la tv si è spenta, lui ha aperto la porta di colpo. Ho avvertito il suo sguardo addosso come una scudisciata, l’ennesima. Ha preso la borsa per il turno di notte ed è uscito chiudendoci dentro con due giri di chiave.

Ho contato fino a cento, per essere sicura, poi ho acceso la luce.

Ho preso i cassetti del comò e li ho svuotati sul letto per metà disfatto. Ho diviso i calzini miei dai suoi, poi quelli di lana da quelli di cotone, i chiari da quelli scuri. Dopo è toccato alle mutande, alle magliette da notte, alle canottiere. Con l’armadio è stato più facile, là le cose sono sempre state divise: ho preso due capi per ogni tipo e li ho infilati nel borsone. Ci ho messo anche un paio di cose di Fatima: tre tute, i suoi peluche preferiti, il libro cartonato degli animali, una confezione di wafer al cioccolato e una bottiglia d’acqua. Poi i soldi. Agivo proprio perché non mi rendevo conto di quello che stavo facendo, approfittando della mia incoscienza.

Volevo che il caos lo invadesse: così ho cominciato a svuotare gli armadi dalla sua roba, disseminandola per tutta la stanza. Arraffavo tutto quello che mi era a portata di mano e lanciavo nel vuoto della nostra camera da letto. C’era il rischio che mi impigliassi nei ricordi e negli odori, e allora via, alla cieca.

Tesoro, su…

Fatima non voleva saperne di svegliarsi, così l’ho alzata di peso, ha posato la testa nell’incavo della mia spalla, senza aprire gli occhi, e mi si è stretta contro con tutto il suo calore da letto. Sul braccio opposto avevo il borsone; ho tirato fuori la copia della chiave e siamo uscite nel buio.

Devi andartene.

Ora sono qui, su questa panchina fredda della stazione, con Fatima che mi dorme addosso, sotto la luce acida di un neon. Sento il suo cuore battere regolare sopra il mio che vibra di sincopi. Sto trovando la forza di salire su un treno qualsiasi, prima che venga mattina. Ne ho visti arrivare e partire almeno cinque e per cinque volte non sono riuscita a schiodarmi da qui. È la zavorra di questi anni lividi che mi schiaccia alla panchina, sono i venti chili sonnolenti di mia figlia. Penso che non so cosa sto facendo, che sono un’idiota. Frugo nel borsone: ho dimenticato il libro delle fiabe, Fatima questa non me la perdonerà mai. Un treno arriva in binario e mi taglia a metà il pensiero. Decido: salgo su. Mi lascio cadere sul sedile con tutti i miei pesi e partiamo. Appoggio la testa allo schienale e chiudo gli occhi. In questo niente vorrei poter inventare una storia, mai sentita, da raccontare a Fatima: per quando si sveglierà e per tutte le notti che verranno, come Sherazade.

( Il racconto, che non ha avuto pubblica lettura, me lo pubblico da sola…)

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