Ci complichiamo la vita per evitare  di dire cose scontate, per schivare la banalità facciamo acrobazie funambolesche. Non serve a niente: rende ridicoli, astratti, distanti dalle cose e incapaci di decifrare quello che ci frulla in testa o nel cuore. Insomma mistifica la realtà sotto un’intelligenza esibita come una carta d’identità. Così se ci viene chiesto chi è il diverso e rispondiamo: “Colui che ci capisce, ma non ci comprende” nascondiamo la verità pura che forse ci spaventa per la sua schiettezza. E’ il nero, il cinese, il gay, l’obeso, la suora, lo zingaro, il bambino down, la donna senza tre dita, il vicino dalle strane abitudini, mio padre, la nonna, la ragazzina con le unghie e gli occhi dipinti di nero, la cassiera del Billa, la mia compagna di università che ha già un figlio…e potrei continuare all’infinito.

“Chiamare le cose con il loro nome” – e forse anche più di uno – è un motto che sembra, appunto, ovvio, banale, ma che sempre meno persone intorno a me sanno fare. Seguirlo ogni tanto ci renderebbe meno finti, di sicuro più incisivi e lontani dall’ombra dell’ipocrisia.

Una volta anch’io avevo paura della banalità: poi ho smesso e corro questo rischio. Conta lo sguardo.

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