Il futuro, almeno nei film facili, ce lo hanno sempre fatto immaginare incredibile: navicelle spaziali, tecnologie evolute, cyborg. Poi quando davvero si declina in presente nessuno lo nota, è normale, passa inosservato nelle cose di tutti i giorni. Se qualcuno ci avesse detto, anche solo dieci anni fa, che ci saremmo riempiti di amici virtuali o che si sarebbe potuto riempire il carello per le strade della rete…semplicemente, non ci avremmo creduto.

In Wall-e il futuro, invece,  è credibile, purtroppo. Non ci vuole tanta immaginazione. La terra è ridotta a una grande discarica disabitata, le piante sono cose rare e preziose; gli umani-tutti obesi- sono emigrati nello spazio a bordo di un grande centro commerciale volante, incapaci di muoversi, intendere e volere, inchiodati come sono a delle poltrone mobili. Questi ciccioni cerebrolesi comunicano solo attraverso degli schermi, serviti in tutto dalle macchine. In più sono osservatori ciechi delle direttive del capo supremo che ordina quello che si deve fare e quello che va di moda.

Perfortuna c’è Wall-e che è più umano dell’umano: non male, essendo un robottino. Lui passa il tempo a costruire grattacieli di immondizia e a salvare piccoli oggetti pieni di senso. Finchè non arriva Eve…

La prima parte, senza dialoghi, è la più poetica, tanto da far risultare quasi inutile e posticcia la seconda.

Wall-e è un robot cingolato con il cuore: in lui si trova un po’ di vero assurdo di Samuel Beckett, la comicità muta di Buster Keaton e Charlie Chaplin, l’apocalisse di Kubrick, le fantasticherie spaziali di George Lucas e la tenerezza del goffo E.T. di Spielberg.

I cartoni fanno bene a qualsiasi età-mai disprezzarli: salviamoli dalla spazzatura cinematografica!

 

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