La vibrazione del treno fa tintinnare qualcosa. Batte come un martelletto di ottone, si insinua nel silenzio del vagone e tormenta il mio orecchio, di continuo. Che cos’è? E’ qualcosa di metallico. Mi guardo in giro: è l’anellino di un grande ombrello steso sul portabagagli di plexiglass. Tic, tic, titic. Segue i movimenti del treno. Io volevo dormire stamattina. Così proprio non ci riesco: di chi è l’ombrello? E’ di quell’uomo che fissa una ragazzina che scrive al cellulare o della donna che dorme? Mi guardo in giro, ma nessuno sembra infastidito quanto me. Tic, tic, titic. Tic, tic, titic. Non ci posso fare niente, se chiedessi di chi è farei la figura della pazza nevrastenica. Tic, tic, titic. L’unica cosa che posso fare è mettermi le cuffiette e tentare di distrarmi, oppure spacco l’ombrello, lo spacco.
Ce l’ho fatta: sto ascoltando un gran pezzo strumentale e leggo un bel racconto, devvero bello, di una sconosciuta, che potrei essere io, ma non lo sono. Finisce la canzone e la voce rumorosa dell’uomo che sta parlando con la donna mi distolglie dall’isolamento acustico. Tic, tic, titic. L’uomo ha l’aria del playboy stagionato, sulla sessantina, i capelli alla briatore – forse un po’ più bianchi – foulard al collo e camicia chiara da cui si intravedono falde abbronzate. Porta jeans scuri e un paio di stivali neri avvolgenti, che inguainano il piede, più femminili che maschili. Parla concitato, sembra una cosa seria. Spengo la musica, ma tengo le cuffie.
“La lascio con questo pensiero signora, solo perchè sto per scendere, se no non glielo direi…io, diciotto anni fa, venivo spesso qui a parlare con il direttore del tg3 per organizzare un attentato a quel canaglia, quel canaglia che ci governa. Mi hanno fermato. Pensi un po’: è ancora là”.
Dio mio, che mi sono persa?!
Il treno si ferma, l’uomo prende l’ombrello, quell’ombrello, e per poco non infilza il di dietro di un vecchietto che arranca sul corridoio.
Cosa mi sono persa…

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