Arriva il momento in cui non se ne può fare a meno, soprattutto se la casa è in via di espansione e il conto in banca in via d’estinzione. Il mondo ikea nidifica nella tua casella postale -come dice la pubblicità- e anche nel tuo cervello: si cova un po’ l’idea e poi si decide che è ora di andare, spaccare l’uovo e portare a casa la sorpresa che, come ogni kinder che si rispetti, deve essere montata con le istruzioni davanti.

Il problema numero uno era la mamma: farla star zitta e calma. Agitata, oltre dal fatto di dover affrontare una realtà con un nome poco domestico e poco italiano, dalla tempesta tropicale dell’anno, la cui ombra si stava spalmando lungo il nostro percorso. Ci ha fatto sbagliare strada la prima volta. Forse anche la seconda.
Il problema numero due era arrivare nonostante la nube di fumo industriale e foglie che si era alzata con il vento, nonostante la grandine che aveva preso a tichettare sulla macchina e naturalmente, nonostante la mamma e i suoi spasimi.  L’insegna gialla e blu ad un tratto ci sembrava irraggiungibile, appariva e scompariva tra le fabbriche, seguitavamo a girarci intorno, ma  non riuscivamo a entrare dalla parte giusta. Una specie di miraggio. Per principianti.
Una volta dentro, il problema numero tre: spiegare alla mamma che non è un negozio tradizionale dove scegli, ordini, paghi e ti arriva la roba a casa.  Mammma, qui si guarda attentamente l’esposizione, si prende nota dell’articolo, delle parti di cui è composto  e della loro collocazione negli scaffali,  poi si va al self mobili o al mercato nella folle e disperata ricerca delle cose addocchiate  di sopra. E bisogna stare attenti a racattare tutto, altrimenti si torna a casa con i mobili monchi.
Dopo aver attraversato tre volte la zona salotto, quattro volte l’area ufficio-studio, una volta per sbaglio-ma ne è valsa la pena- la zona notte bambini, abbiamo cominciato a capire come muoverci, in gran parte per spirito di emulazione.
Seguendo le varie coppie che giravano per arredare casa (ho visto due che si baciavano dietro gli espositori dei tappeti), in mezzo  alle mamme incinte che accarezzavano i copripiumini con gli orsetti, a due gay che dibattevano sulla sfumatura troppo aggressiva di un paralume, sulle orme delle amiche single che dovevano svecchiare l’aspetto dell’appartamento, tra  quei due anziani che -mi consolo- non si capivano più…c’eravamo anche noi. Ho visto anche un gruppo di suore con la veste grigia che spingevano il carrello caricando pezzi di armadio.
La cosa che ho trovato irresistibile è il fatto che tutti gli articoli Ikea abbiano un nome, che assomiglia, quando non è impronunciabile, a un nomignolo di persona. In effettii, dopo due ore che cercavamo Antonius, Billi, Benno, ci eravamo dimenticati che si trattava di un cesto per la biancheria, di uno scaffale per i libri e di una colonna porta cd. Non vedevamo l’ora di trovarli e riabbracciarli, seppure smembrati, al self mobili al piano terra.
Ecco, ecco Antonius! Dio mio, così in pezzi, non ti avevo quasi riconusciuto!
Mio fratello si era impuntato con lo scaffale Billi, ma nero, non bianco come quello esposto.  Così ha pensato bene di rivolgersi a un commesso nero, non bianco.
“Si può avere un Billi nero, non bianco”. Il tutto detto da un bianco a un nero.
“Non ti piace bianco?”
“No, vorrei il nero.”
“Ok. Nero, ho capito. Nero.”
Il massimo sarebbe stato che il commesso nero avesse detto: “Piacere,  sono Billi”.

E’ stata un’impresa degna del miglior giocatore di tetris, incastrare tutto dentro il bagagliaio della macchina, che per quanto station wagon,  per certe cose non lo è mai abbastanza. Ce ne siamo tornati a casa con assi imballate che ci sfioravano le teste, consci che con una brusca frenata Ivar il terribile (lo scaffale) avrebbe potuto decapitare uno di noi. Abbiamo fatto ritorno con i  nostri nuovi amici da ricomporre: Billi-nero-, Benno-nero-, Antonius, Ivar, Vinks. Quando li abbiamo  presentati a papà-scettico sulla filosofia ikea, ma convertibile- ci ha chiesto se eravamo sicuri di sentrirci bene.

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