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sara_sta_scrivendo

Mese

settembre 2008

Un po’ come Marinetti

Passo le giornate in un palazzo enorme, in via di restauro e freddo di marmi. E’ un posto pieno di lampadari con pendagli di vetro soffiato che brillano a sole, lunghe tende alle vetrate, corridoi scuri e libri polverosi. Tanti busti di marmo mi fissano ogni volta che salgo le scale; quelle teste di Manin e di Dandolo mi squadrano quando passo per andare in bagno, un bagno immacolato. E’ troppo perfetto e troppo accademico questo posto. Dopo un po’ che ci sono dentro mi viene come la voglia irrefrenabile di attaccare un chewing gum sotto il tavolo intarsiato dove sto scrivendo, oppure spaccare il naso a uno di queste teste bianche di dogi, sfregiarli con una chiave, urlare e correre attraverso le sale, slittando sui pavimenti appena incerati…Non so perchè, ma mi prende questa ribellione futurista, che dura un attimo, ma abbastanza per rendermene conto.

Quando esco devo stare un po’ al sole per riprendere la mia temperatura normale, guardare la gente, specchiarmi su una vetrina per capire se sono ancora umana e ritornare al calore di una giornata normale che sta per finire.

palazzo franchetti

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E se nel 1990…

La vibrazione del treno fa tintinnare qualcosa. Batte come un martelletto di ottone, si insinua nel silenzio del vagone e tormenta il mio orecchio, di continuo. Che cos’è? E’ qualcosa di metallico. Mi guardo in giro: è l’anellino di un grande ombrello steso sul portabagagli di plexiglass. Tic, tic, titic. Segue i movimenti del treno. Io volevo dormire stamattina. Così proprio non ci riesco: di chi è l’ombrello? E’ di quell’uomo che fissa una ragazzina che scrive al cellulare o della donna che dorme? Mi guardo in giro, ma nessuno sembra infastidito quanto me. Tic, tic, titic. Tic, tic, titic. Non ci posso fare niente, se chiedessi di chi è farei la figura della pazza nevrastenica. Tic, tic, titic. L’unica cosa che posso fare è mettermi le cuffiette e tentare di distrarmi, oppure spacco l’ombrello, lo spacco.
Ce l’ho fatta: sto ascoltando un gran pezzo strumentale e leggo un bel racconto, devvero bello, di una sconosciuta, che potrei essere io, ma non lo sono. Finisce la canzone e la voce rumorosa dell’uomo che sta parlando con la donna mi distolglie dall’isolamento acustico. Tic, tic, titic. L’uomo ha l’aria del playboy stagionato, sulla sessantina, i capelli alla briatore – forse un po’ più bianchi – foulard al collo e camicia chiara da cui si intravedono falde abbronzate. Porta jeans scuri e un paio di stivali neri avvolgenti, che inguainano il piede, più femminili che maschili. Parla concitato, sembra una cosa seria. Spengo la musica, ma tengo le cuffie.
“La lascio con questo pensiero signora, solo perchè sto per scendere, se no non glielo direi…io, diciotto anni fa, venivo spesso qui a parlare con il direttore del tg3 per organizzare un attentato a quel canaglia, quel canaglia che ci governa. Mi hanno fermato. Pensi un po’: è ancora là”.
Dio mio, che mi sono persa?!
Il treno si ferma, l’uomo prende l’ombrello, quell’ombrello, e per poco non infilza il di dietro di un vecchietto che arranca sul corridoio.
Cosa mi sono persa…

travel

Coazione a ripetere

In questi giorni nuvolosi mi ostino a ripetere azioni che si rivelano inutili, un fare e disfare continuo che mi occupa, alla fin fine, delle ore.
Come levare le erbacce dal prato e dai bordi delle aiuole- tanto, tempo due settimane, ricresceranno uguali.
Come bendare le zampe del mio cane paralitico (vi risparmio la storia lacrimevole, degna di un servizio di studio aperto)- che si strapperà le fasciature a morsi non appena avrò girato l’angolo. (Adesso capisco a cosa servono quei collari a tronco di cono che mettono ai cani convalescenti!)
Come pulire i pavimenti delle stanze di una casa ancora senza porte e finestre, mentre i muratori, di là , continuano a spaccare e a far polvere.
E non riesco a capire dove trovo tutta questa pazienza, meglio, questa stupida ostinazione, perchè insisto a mettere il mondo in ordine? Di solito mi capita quando sono irrequieta, quando non mi capisco tanto bene dentro, e allora cerco una forma di ordine fuori…

Decreto ufficialmente la fine delle mie vacanze post esame: è ora di fare qualcos’altro.

Che Ikea!

Arriva il momento in cui non se ne può fare a meno, soprattutto se la casa è in via di espansione e il conto in banca in via d’estinzione. Il mondo ikea nidifica nella tua casella postale -come dice la pubblicità- e anche nel tuo cervello: si cova un po’ l’idea e poi si decide che è ora di andare, spaccare l’uovo e portare a casa la sorpresa che, come ogni kinder che si rispetti, deve essere montata con le istruzioni davanti.

Il problema numero uno era la mamma: farla star zitta e calma. Agitata, oltre dal fatto di dover affrontare una realtà con un nome poco domestico e poco italiano, dalla tempesta tropicale dell’anno, la cui ombra si stava spalmando lungo il nostro percorso. Ci ha fatto sbagliare strada la prima volta. Forse anche la seconda.
Il problema numero due era arrivare nonostante la nube di fumo industriale e foglie che si era alzata con il vento, nonostante la grandine che aveva preso a tichettare sulla macchina e naturalmente, nonostante la mamma e i suoi spasimi.  L’insegna gialla e blu ad un tratto ci sembrava irraggiungibile, appariva e scompariva tra le fabbriche, seguitavamo a girarci intorno, ma  non riuscivamo a entrare dalla parte giusta. Una specie di miraggio. Per principianti.
Una volta dentro, il problema numero tre: spiegare alla mamma che non è un negozio tradizionale dove scegli, ordini, paghi e ti arriva la roba a casa.  Mammma, qui si guarda attentamente l’esposizione, si prende nota dell’articolo, delle parti di cui è composto  e della loro collocazione negli scaffali,  poi si va al self mobili o al mercato nella folle e disperata ricerca delle cose addocchiate  di sopra. E bisogna stare attenti a racattare tutto, altrimenti si torna a casa con i mobili monchi.
Dopo aver attraversato tre volte la zona salotto, quattro volte l’area ufficio-studio, una volta per sbaglio-ma ne è valsa la pena- la zona notte bambini, abbiamo cominciato a capire come muoverci, in gran parte per spirito di emulazione.
Seguendo le varie coppie che giravano per arredare casa (ho visto due che si baciavano dietro gli espositori dei tappeti), in mezzo  alle mamme incinte che accarezzavano i copripiumini con gli orsetti, a due gay che dibattevano sulla sfumatura troppo aggressiva di un paralume, sulle orme delle amiche single che dovevano svecchiare l’aspetto dell’appartamento, tra  quei due anziani che -mi consolo- non si capivano più…c’eravamo anche noi. Ho visto anche un gruppo di suore con la veste grigia che spingevano il carrello caricando pezzi di armadio.
La cosa che ho trovato irresistibile è il fatto che tutti gli articoli Ikea abbiano un nome, che assomiglia, quando non è impronunciabile, a un nomignolo di persona. In effettii, dopo due ore che cercavamo Antonius, Billi, Benno, ci eravamo dimenticati che si trattava di un cesto per la biancheria, di uno scaffale per i libri e di una colonna porta cd. Non vedevamo l’ora di trovarli e riabbracciarli, seppure smembrati, al self mobili al piano terra.
Ecco, ecco Antonius! Dio mio, così in pezzi, non ti avevo quasi riconusciuto!
Mio fratello si era impuntato con lo scaffale Billi, ma nero, non bianco come quello esposto.  Così ha pensato bene di rivolgersi a un commesso nero, non bianco.
“Si può avere un Billi nero, non bianco”. Il tutto detto da un bianco a un nero.
“Non ti piace bianco?”
“No, vorrei il nero.”
“Ok. Nero, ho capito. Nero.”
Il massimo sarebbe stato che il commesso nero avesse detto: “Piacere,  sono Billi”.

E’ stata un’impresa degna del miglior giocatore di tetris, incastrare tutto dentro il bagagliaio della macchina, che per quanto station wagon,  per certe cose non lo è mai abbastanza. Ce ne siamo tornati a casa con assi imballate che ci sfioravano le teste, consci che con una brusca frenata Ivar il terribile (lo scaffale) avrebbe potuto decapitare uno di noi. Abbiamo fatto ritorno con i  nostri nuovi amici da ricomporre: Billi-nero-, Benno-nero-, Antonius, Ivar, Vinks. Quando li abbiamo  presentati a papà-scettico sulla filosofia ikea, ma convertibile- ci ha chiesto se eravamo sicuri di sentrirci bene.

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American beauty

“Ho sempre sentito dire che ti passa davanti  tutta la vita nell’istante prima di morire. Prima di tutto, quell’istante non è affatto un istante, si allunga, per sempre… come un oceano di tempo. Per me fu lo starmene sdraiato al campeggio dei boyscout a guardare le stelle cadenti, le foglie gialle degli aceri che fiancheggiavano la nostra strada, le mani di mia nonna e come la sua pelle sembrasse di carta… e la prima volta che da mio cugino Tony vidi la sua nuovissima Firebird. E Jane… e Jane… e Caroline. Potrei essere piuttosto incazzato per quello che mi è successo, ma è difficile restare arrabbiati quando c’è tanta bellezza nel mondo. A volte è come se la vedessi tutta insieme, ed è troppo. Il cuore mi si riempie come un palloncino che sta per scoppiare e poi mi ricordo di rilassarmi e smetto di cercare di tenermela stretta, dopo scorre attraverso me come pioggia e io non posso provare altro che gratitudine… per ogni singolo momento della mia stupida piccola vita. Non avete la minima idea di cosa vi sto parlando, ne sono sicuro. Ma non preoccupatevi… un giorno l’avrete.”

American Beauty, 1999.

Certe cose ti sfuggono di mano quando ce le hai davanti agli occhi, oppure non è il loro momento: sei troppo piccolo o troppo distratto. Ecco un bel film, famoso, che all’epoca mi aveva lasciato solo l’immagine di una vasca piena di petali di rosa rossa. Ora mi ricordo di un sacchetto che danza nel vento.
Mi era sempre sfuggito-chissà perchè?!- e così ho fatto bene a volerlo vedere a tutti i costi…(Perfortuna) ho sempre un sacco di vuoti da riempire.

Si capisce perchè questo film abbia aperto le porte a tutte le desperate housewives d’america.

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Presentire

Annusare il profumo della pioggia,

dove ancora non piove,

fa credere che si possa sentire

anche quello che deve ancora accadere.

Che potrebbe, ma non è,

che si immagina, ma non vive.

Finchè l’aria elettrica di promesse

-non dette-

cade tutta in una goccia, due.

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