Pamplona, 6 luglio (esperando S. Fermin)

15 Luglio 2009 di sarastascrivendo

Bianco e rosso è questo delirio.
Oggi è la vigilia, il giorno del chupinazo, il petardo che dà il via ai festeggiamenti.
Un giorno che comincia bianco e rosso e diventa poi di un unico colore, quello del vino tinto che finisce sulla gente.
C’è nebbia anche se è estate.
Si sbianca il cervello; si arrossano gli occhi e la piazza diventa un’immensa macchia viola sulla tovaglia bianca, appena messa per la festa di S. Fermin.
Rosso era il sangue del santo che colava sulla sua pelle candida- lo decapitarono a trentun anni.
Rosso come il vino? Bianco come la faccia di quella lì?
Un toro blu con le corna gialle si affaccia alla finestra: sono due, sono tre, sono in tutta la città.
La ragazza sviene.
L’uomo del camion della nettezza urbana mi fa segno di alzarmi dalla panchina, deve passare con il getto d’acqua. Non mi sposto.
Un ragazzo mi saluta con una bottiglia, poi si gira e piscia addosso a un albero. Un cane lo guarda.
Attacca una canzone che conosco, inglese.
Poi i suonatori andalusi si mettono a strimpellare le loro chitarre gipsy: ma qui non siamo forse in Navarra, nel nord?! Qualcuno dice che non c’entrano, sono come i mandolini napoletani a Venezia.
Hemingway fa una smorfia dal suo busto di marmo e ci beve su: «Fiesta!», un po’ è colpa sua.
Due bambini biancorossi ballano.
Rosso come il sangue del toro? Bianco come il niente che vede davanti a sé chi scappa.
Il toro? Dov’è il toro? Oggi non c’è. L’encierro, la corsa, è domani.
Il toro aspetta impaziente le otto di mattina per infilzare lo scemo del villaggio, puntuale.
Altro sangue. Qualcuno chiami il santo.

Distanze

9 Luglio 2009 di sarastascrivendo

In questo presente da sala d’aspetto
avvolgo, paziente, un filo di chilometri.
Ma quello che non ho fatto, non ho detto
ha la distanza di un pugno di centimetri.

L’ingranaggio perfetto

26 Giugno 2009 di sarastascrivendo

Li osservo per l’ennesima volta.

La donna con le gambe di pongo, spinge la sedia a rotelle dell’uomo senza gambe.
Poi quando si siede sono pari, dell’altezza giusta per baciarsi e dimenticarsi che non sanno camminare come le persone normali.
Qualcuno dice che stanno insieme perché nessun altro si sarebbe preso carico di una donna con le gambe di pongo o di un uomo senza gambe, riuscendo a distinguere la compassione dall’amore.
Altri provano pietà e cercano di non guardarli troppo a lungo, abbassando gli indici dei bambini.
Tutti si domandano in silenzio, senza avere il coraggio di chiederglielo, come riescano a fare l’amore.
La donna con le gambe molli sa che senza il sostegno della sedia a rotelle non starebbe mai in piedi; l’uomo senza gambe sa che se nessuno lo spingesse ammuffirebbe a guardare il soffitto della sua camera da letto, maledicendo il destino.
Senza uno, l’altra non va avanti, impossibile dire come facessero prima di incontrarsi.
Forse si conoscono da sempre o hanno cominciato a vivere quando si sono trovati, perché sono fatti a incastro perfetto, non li si può immaginare separati. Sono gli unici due ingranaggi possibili del meccanismo che li tieni vivi e li fa danzare in giro per la città.
La donna si chiede se per ogni uomo senza gambe ci sia una donna con le gambe di pongo pronta ad aggrapparsi alla sua sedia a rotelle e viceversa.
Non trova risposte, sa solo che essere felici è una piacevole convenienza che compensa i loro difetti.
E poi c’è quel segreto che sanno solo loro due, contro l’invidia pietosa dei normali.

Il gioco dei giochi

8 Giugno 2009 di sarastascrivendo

A questo gioco vincono tutti, nella medesima partita, col risultato che a vincere davvero, non è mai nessuno, ma ai partecipanti questo forse non interessa.
Ha più punti chi bara meglio e distrae l’avversario parlando di continuo del suo ego in espansione.
Chi si dimostra più furbo può inventare nuove regole.
È un gioco dove nessuno vuole contare con il braccio sul muro, però vale il liberatutti incondizionato, meglio se si libera chi imbroglia.
Più abile è chi non mostra le sue carte, fa alleanze con strizzate d’occhio e piedini sotto il tavolo.
Il problema è che da tempo immemorabile è andata smarrita la carta del regolamento, assieme a qualche illustre, vecchia, pedina. Si dice siano finite sotto il divano.
Però ci sono molti pezzi nuovi fiammanti, tanti che la scatola del gioco scoppia: lucidi pedoni inconsapevoli, fanti troppo profumati, cavalieri col fondotinta dello stesso colore del cavallo, regine con le curve al posto giusto e, sopra tutti, il re senza corona: è lui che decide le mosse.
Non è contemplato lo scacco matto perché il re è uno solo.

Un gioco così i bambini non lo conoscono, per fortuna.
Il guaio è che la maggior parte della gente è su quella scacchiera a forma di stivale, ma non lo sa.
Qualcuno ha capito che gioco è?

Escursione termica

25 Maggio 2009 di sarastascrivendo

Non erano belli, questo no. Decisamente fuori moda, dimessi e di pochissime parole. Però stavano insieme e almeno questo li rendeva, ai miei occhi, un po’ meno casi umani: lei con quegli occhialetti da presbite, non un filo di trucco, i capelli rossi disidratati e il culone; lui con uno strabismo stanco ingrandito dalle lenti fonde, altissimo e con una zazzera biondo-rossa senza direzione.
Si sorreggevano a vicenda nella loro andatura strampalata.
Non so se fossero felici, ma il fatto che fossero una coppia pareva dimezzare la loro portata singola di tristezza. Venivano per tempo, aspettando anche ore l’orario esatto dello spettacolo. Si sedevano vicini sulle poltroncine di  finta pelle  dicendosi poco niente.
Poi, finito il film, uscivano per mano, in silenzio.
Per un po’ di mesi non li ho più visti. Poi, finalmente ho rivisto più volte lei, da sola.
L’ultima volta domenica: ricurva e sguardo basso, ancora meno parole.
Col caldo, nei luoghi affollati d’inverno, le solitudini si notano di più.

Anche se lo spettacolo in sala era cominciato appena da qualche minuto non è voluta entrare, ha preso il biglietto per quello di un’ora e mezza dopo e, senza passare per il bar o per il bagno, ha fatto le scale, si è seduta sulle poltroncine e ha aspettato. Vecchio vizio.
Nell’atrio al piano superiore, non c’è l’aria condizionata e le pareti a specchio lo rendono un forno rovente. Non credevo sarebbe resistita per molto, le si sarebbero incendiati presto i capelli, pensavo.  E poi tutta quell’attesa, da sola.
Così con una scusa sono andata a controllare. Era lì, seduta, con la testa bassa e le mani unite, chiuse tra le ginocchia, come per scaldarle. Impassibile dentro i suoi strati: una giaccia impermeabile scura e poi una camicia bianca con il collo a punte.
Era caldissimo, ma non dava il minimo segno di soffrirne, piegata su se stessa. Anzi.
La sua solitudine -ho dedotto- deve abbassare di molto la temperatura corporea, ghiacciare dentro i vestiti e richiedere altra solitudine: i posti deserti, gli angoli bui per nascondersi meglio, come le camice abbottonate fino all’ultimo.
Mi ha intristito e non sono riuscita a immaginarle il pensiero. Mi ha intristito ancora di più.
Ha aspettato, ha visto un film per famiglie, poi è uscita così come era entrata, soffocando le ore del giorno della settimana che per molti  può essere una vera condanna.
Domenica prossima, se la rivedo, provo a offrirle una coca fresca di sotto. Vediamo se si toglie almeno la giacca.

Salva in bozze

21 Maggio 2009 di sarastascrivendo

Per me il problema è sempre cominciare. Quello che mi blocca è l’idea di definitivo, di nero indelebile su bianco, di sbarre dentro il vuoto accecante di una schermata word che inchioda.
Allora non mi resta che difendermi pensando all’insieme come a un abbozzo perenne, una gigantesca ameba che non ha ancora forma, ma potenzialmente può essere tutto: una bellissima pagina o un aborto. Devo smettere di lavorare di testa, di alimentare il caos invisibile, dare concretezza alle idee che mi formicolano il cervello, liberare le farfalle. Mi sforzo a buttare giù qualcosa che etichetto sotto l’alibi di “temporaneo”, “non definitivo”, “in prova”. Poi mi salvo in bozze, perché solo dalle parole nascono altre parole e magari inaspettatamente anche quelle giuste in mezzo agli sgorbi, ai tentativi, ai refusi. Mi auguro che, quando inizierò a riconoscerle, quelle buone, vedrò il filo di luce che le accomuna e allora via a tessere pagine e pagine, con quella sorta di frenesia che mi fa stare seduta per ore e mi rovina gli occhi. Sperando che quella forza non finisca mai o il più tardi possibile.
Spesso le cose che aspirano a un valore, seppur minimo, richiedono uno sforzo che vale il loro prezzo.
Ho come l’impressione che non c’entri solo con la scrittura.
L’ispirazione gratis è per pochi eletti, come il colpo di fulmine.

Odor di foglia

3 Maggio 2009 di sarastascrivendo

Ho risentito quell’odore: i miei primi compleanni sapevano di foglia, foglia verde mangiucchiata.
Olfatto e memoria lavorano sullo stesso binario, riportano indietro, in un momento preciso anche se dai contorni sfatti.
Un odore verde foglia, quella foglia.
Mangiavano solo quella foglia e nient’altro: prima sminuzzata in piccoli pezzi, poi tagliata a listarelle, infine foglie intere, tutto un ramo. I bachi, io me li ricordo, avidi mangiatori di foglia!
Arrivavano a casa che erano solo ovetti microscopici, poi puntini neri, poi piccolissimi vermetti, bruchi biancastri, con degli ideogrammi indecifrabili, neri, sul dorso. Infine diventavano grossi, delle dimensioni di un mignolo, morbidi e brutti.
Mi sono sempre piaciuti gli animali sgraziati.
Cambiavano pelle, cinque, sei volte. Non ci stavano più in quella vecchia: allora dormivano per un po’, niente foglia, e si lasciavano dietro la carcassa di una vita stretta. Non una, ma cinque pelli, perché bisogna cambiarne di vite per  tentare, almeno, di diventare farfalle.
Poi arrivava il momento in cui facevano la gran scorpacciata finale, si ingozzavano di foglia e d’un tratto cominciavano a sbavarsi addosso, a farsi una casa piccola e avvolgente di bava e ci si chiudevano dentro fino a perdervisi. Non si riconoscevano più, dormivano tanto e sognavano promesse di seta, mondi leggeri. Marcivano dentro i sogni, intanto cambiavano forma, natura, aspetto.
Ricordo che tutti venivano a vederli, le scuole, i bambini, per capire la metamorfosi. La “meta…” che?! Io ero fiera, non so bene perchè,  forse per il fatto che qualcuno venisse a casa mia per vedere ’sti bruchi magici, che erano pure bruttini, ma simpatici. Con quel musetto! E io ero “quella dei bachi”.
Poi i bozzoli venivano ammollati nell’acqua calda, ma io questa fase per fortuna non l’ho mai vista.
Solo qualcuno era risparmiato e diventava una misera farfallina grigia che viveva un giorno.
Un giorno di vita, giusto per deporre nuove uova.
Allora il mio compleanno era già passato da qualche settimana e non c’era più l’odore di foglia.
Mi sa che sono nata sotto il segno del baco: che deve lasciarsi alle spalle di continuo vecchie vite, con fatica. Avido di foglie verdi, e solo quelle. Amante dei bozzoli e delle attese per felicità effimere, magari anche di un solo giorno.

Chiro(a)mante

26 Aprile 2009 di sarastascrivendo

È un affezionato dello spettacolo della domenica sera, arriva preceduto dal suo profumo al pino sintetico, fa le scale di corsa come se fosse in ritardo, in realtà ha sempre parecchio anticipo, giusto per farmi delle domande. Mi viene da sorridere già prima che apra bocca, perché le so già.
Arriva in cassa trafelato e si passa una mano tra i capelli non più così folti. È la terza volta che viene a vedere “Fast and furious” e mi confessa che ogni volta è sempre meglio di quella precedente. Una non basta. Le volte successive emozionano meglio e di più perché non sei più concentrato su quello che succederà. Le sue parole hanno una tale convinzione che non posso non credergli. D’altronde è uno che da sei mesi sta facendo il conto alla rovescia per Wolverine e ormai siamo agli sgoccioli…

Poi parte con le domande.
La prima è sempre “come va la vita?”
La seconda è sempre “come va l’amore?”
Rispondo come al solito un po’ evasiva, ma cerco di sorridere, se no mi chiede perché sono pensierosa. Infatti me lo chiede.
Rispondo ancora più evasiva, ma sorrido di più. Non crede alle mie risposte, ma lo dice ridendo, rigirandosi un brutto anello d’oro con un rubino quadrato, grande come mezza falange.
“L’amore, l’amore…se va bene l’amore, va bene tutto. È il nostro carburante, senza di quello non si va avanti, ma guarda che non inquina mica. Eh sì, il carburante, perché siamo come una macchina che ha bisogno di benzina…”
Noto che anche il mignolo è stretto in un anello, ancora più brutto dell’altro: una mezza farfalla di finti swarovski, incancreniti. “…puoi anche essere stufo morto, dopo ore di lavoro, ma se a casa ad aspettarti c’è il tuo amore…non c’è stanchezza…no, credimi” e poi proclama aprendo le braccia: “Con l’amore nella vita, niente è più fatica!” con una quasi rima da jingle televisivo, tipo detersivo per lavastoviglie.
Chissà cosa si è bevuto stasera? e se fosse così al naturale…
Mi dà i soldi del biglietto e allora la domanda stavolta gliela faccio io:
“Perché porta quell’anello da donna?”
“Eh cara mia, questo è uno scambio che ho fatto con una persona speciale, segno di una promessa. Una cosa che non si può dire. Ma la farfalla, vedi, si è rotta, ha solo mezza ala. Una farfalla dall’ala spezzata, che triste!”
Oh mio dio, stasera è in pieno delirio.
Poi la solita domanda finale: “Di che segno sei?”
Tanto qualunque segno gli dica è sempre il migliore, testardo e passionale, amante della famiglia. Mi fa ridere. “Devi avere pazienza, ma sarai una persona davvero felice. Il tuo amore sarà molto fortunato, perchè tu non ti risparmi…”
“Davvero? E come fa a saperlo?”
“Eh, è una sensazione…bisogna vivere anche di quelle cose, sensazioni, che non si sa se siano vere, ma ti fanno stare meglio.”
“Grazie, allora”
“E ricordati dell’amore, la cosa più importante”
“Sì me lo ricorderò…” Va bene, me lo segno, promesso.
Ma perché lui viene sempre al cinema da solo? Dov’è la sua mezza farfalla? Mah, non si sa se sia vera, dopotutto. Forse lo farà stare meglio.

Sotto la superficie

18 Aprile 2009 di sarastascrivendo

Ecco davvero cosa ho in testa:
polvere, lacrime secche, pelle morta
vento, turbini, pugni di tempesta
e una ferita di cui non mi ero accorta.

In strade senza insegne su porte socchiuse
pagine scritte, ancora bianche o strappate
se ne stanno buone dentro, tutte stipate,
tra cancellature e bozze senza muse.

Finché mi faccio sanguinare il dito,
a furia di grattare su quello che non voglio
finché l’acqua gli occhi mi ha riempito
annegandoli sulle pagine di un foglio.

E tra i cumuli di vero andati a male
-in cantina,
ho trovato un barattolo di nero
nascosto lì, ancora da bambina.
Dimentico che esiste, non lo voglio usare
eppure ogni tanto mi scivola sul cuore.
Raschio con l’unghia la vernice:
lì sotto c’è il mio tempo felice.

Macerie

7 Aprile 2009 di sarastascrivendo

Ci sei. E dopo trenta secondi non ci sei, forse. Sei a letto. E dopo mezzo minuto non hai più il pavimento che ti regge. Il tetto ti si è sbiciolato addosso: calcestruzzo friabile come una crosta di pane secco. Respiri polvere e schegge, ma respiri?
Se respiri non trovi le parole, non ti vengono, sono sotto, sotto là.

È difficile trovare parole adatte e allo stesso tempo reali per raccontare paesi e vite che si sgretolano. I media ci cascano sempre nel trabocchetto: quante frasi buttate via, inutili come salotti televisivi, fastidiose come mosche (vespe?) sugli occhi. Non serve strappare lacrime che scendono da sole, qualcuno lo può dire a quei signori in cravatta?

Le uniche parole belle (belle, sì perchè c’è sempre bisogno di bellezza per poter vivere) che mi sono parse dense e discrete sono state quelle di Gian Antonio Stella, nel suo articolo di apertura del Corriere della sera:

[...]Solo il silenzio. Un silenzio gonfio di disperazione. Rotto solo dal pianto di qualche parente e dal rumore dei caterpillar che affondano le pale tra le rovine tirando su enormi cucchiaiate di quotidianità annientata.
Frigoriferi sepolti sotto tonnellate di pietra con una confezione di uova rimaste miracolosamente intatte che si rompono rotolando via nella polvere. Stufe a gas. Credenze dai vetri scoppiati coi bicchierini del vermouth della domenica rovesciati tutti da una parte. Spalliere di ottone che emergono tra i travi e i mattoni luccicando gialle sotto il sole. [...]
«Io e mia moglie ci siamo salvati per un pelo. Fortuna. Vuol sapere la cosa più assurda? Si è sentito uno schianto e ci tremava la terra sotto i piedi e venivano giù le pareti e io mi sono trovato a imprecare:“Le scarpe!Dove ho messo le scarpe?” [...]
Mentre cala la notte, nei paesi sotto il Gran Sasso la terra, ogni tanto, dà un nuovo scossone. Piccolo. Leggero. Sinistro. Così, tanto per ricordare chi comanda.»