Rifiuti speciali

8 Settembre 2009 di sarastascrivendo

Ci stava giusto qualcos’altro: strappò la pagina del calendario e la appallottolò assieme ai brandelli dell’oroscopo della settimana e del mese. Niente differenziata, quella roba meritava di marcire nell’indistinto. Pressò poi il contenuto informe con una mano per compattare il tutto e ricavare uno spazio agevole per fare il nodo al sacco. Lo prese e lo gettò nel bidone aspettando il tonfo con una soddisfazione elementare.
Si chiese se ci fossero bidoni anche per i rifiuti speciali. Non pensava ai vecchi frigoriferi puzzolenti o alle collezioni di pile incancrenite dall’ossido, ma ad altri tipi di roba andata a male.
Come le attese ammuffite sotto le ragnatele delle possibilità, i giorni pieni di pensieri appiccicosi in direzioni sbagliate, i sogni scaduti, la pazienza logora, il tempo marcito a contemplare i pezzi tentando di ricomporli, le ferite a cui troppe volte è stata tolta la crosta, i cuori consumati come  vecchi calzini, le speranze ridotte a un filo…appeso all’ultimo brandello di illusione.
Dove andavano buttati tutti questi rifiuti? Dove finivano i sentimenti che non attecchivano, i battiti cardiaci andati a vuoto, gli appuntamenti morti prima di diventare piacevoli abitudini?
Dissolti nell’aria in micro particelle cancerose: ipotesi pessimista.
Stipati nel fondo di discariche invisibili, aspettando la lenta ma inevitabile decomposizione: ipotesi fatalista.
Ridotti a compost (leggi letame) per concimare di nuovo il giardino: ipotesi ottimista.
Bastava scegliere.

Disarmare

13 Agosto 2009 di sarastascrivendo

Se vi capita di passare per uno dei più brutti quartieri di Torino, quello dei tossici e degli extracomunitari sulle panchine, fermatevi e chiedete di Ernesto.
Suonate all’arsenale e si aprirà il portone, anche alle due di notte.
I due grossi cani, bianchi e pelosi, che vi verranno incontro vi guarderanno impassibili, senza abbaiare- potete starne certi.
Varcata la porta, troverete un mondo alla rovescia, al primo impatto davvero straniante: una vecchia fabbrica di morte, ora in disuso, produce tonnellate di pace. Silenziosa e concreta, come i veri miracoli. L’edera cresce libera sui muri e i buchi delle bombe sono diventate aperture che fanno passare il sole.
Capirete che i fiori nei cannoni appassiscono se non ci si sporca le mani per piantarli a fondo.
Vi mostreranno un grande magazzino, pieno dei vostri eccessi, dove si imballano pacchi per l’80% dell’umanità depredata, che non siete voi.
Conoscerete molta gente che si spacca la schiena per niente, dice di avere tutto e ha sempre qualcosa da restituire.
Incontrerete chi è convinto che i giovani contano e possono cambiare il mondo, se sognano in grande.
Sì, avete capito bene, i giovani, non gli adulti.
Condividerete l’antilogica di chi guarda il mondo dal basso, per aiutare quelli sul fondo-che potreste anche essere voi-a risalire.
Vi toccherà non lasciare avanzi sul piatto e riconoscerete che le date di scadenza degli alimenti sono fatte il più delle volte per far consumare più in fretta.
Troverete chi crede, nonostante tutto, alla vecchia storia della goccia che può forare un masso e alle lunghe distanze raggiunte a piccoli passi.
Vi si spalancherà un universo sovversivo ma poco rumoroso e per nulla violento, e dopo averlo conosciuto penserete, come me, che il resto del mondo, fuori dal portone, non può farne a meno.

Se vi capita bussate al Sermig. 
Anche se non ve ne rendete conto, siete voi ad averne bisogno.

C’è un cassetto

31 Luglio 2009 di sarastascrivendo

C’è un cassetto senza fondo in cui butto tutto quello che all’istante non mi soddifa.
Proprio quello che non mi piace vedere, toccare, ascoltare, rileggere, ma non ho il coraggio o la forza di uccidere. Ci sono pagine stropicciate, cd strisciati, foto calpestate, volti oscurati, cuori ammaccati.
Lo chiudo a chiave così che non salti fuori niente che non voglia, evitando il rischio che gli obbrobri prendano vita in mia assenza e mi facciano vergognare in giro. E poi si sa che divento rossa.
Così dimentico quello che vi ho messo, per due giorni oppure qualche settimana. Può passare un mese, anche anni. Basta non vederlo più, quello schifo, per dimenticarsi che esiste e tanto basta a staccargli il pensiero di dosso. Vero? Sì, quasi.
Poi quando mi sono ripulita la memoria, ho fatto respirare tutte le cellule cerebrali, riapro il cassetto e toh! salta fuori quella cosa, oddio quella cosa che mi faceva tanto orrore: quanto era brutta, acerba e malfatta! Tanto mi ripugnava, incompleta e deforme, mi violentava solo pensarla possibile, esistente, fatta da me. Bleah!

Ma, forse, non è così male come credevo. Anzi è quasi quasi accettabile – come mai non me ne ero accorta che valeva qualcosa? Dio mio, a pensarci bene è perfino bella questa creatura di due anni fa…tre mesi fa…ieri. Qualcosa di buono c’era, ma non lo vedevo.
Il tempo l’ha salvato.
Grazie cassetto.

Idioti

31 Luglio 2009 di sarastascrivendo

“Si è veramente fortunati quando si incontra qualcuno che non sia un idiota. Ci sono due tipi di idioti: quelli che prendono le cose troppo seriamente (come faccio io quando negli Usa il cameriere mi chiede ‘come stai?’, è una domanda retorica, formale, e io invece rispondo per davvero, e lui mi guarda come se fossi stupido) e ci sono, all’opposto, quelli che sono così immersi in questi cliché di ogni giorno che non si rendono nemmeno conto di esserlo. Preferisco rientrare nel primo tipo”

Anch’io.

Tratto dall’intervista di Carlo Antonelli al filosofo sloveno Slavoj Zizek, Rollingstone, agosto 2009.

Pamplona, 6 luglio (esperando S. Fermin)

15 Luglio 2009 di sarastascrivendo

Bianco e rosso è questo delirio.
Oggi è la vigilia, il giorno del chupinazo, il petardo che dà il via ai festeggiamenti.
Un giorno che comincia bianco e rosso e diventa poi di un unico colore, quello del vino tinto che finisce sulla gente.
C’è nebbia anche se è estate.
Si sbianca il cervello; si arrossano gli occhi e la piazza diventa un’immensa macchia viola sulla tovaglia bianca, appena messa per la festa di S. Fermin.
Rosso era il sangue del santo che colava sulla sua pelle candida- lo decapitarono a trentun anni.
Rosso come il vino? Bianco come la faccia di quella lì?
Un toro blu con le corna gialle si affaccia alla finestra: sono due, sono tre, sono in tutta la città.
La ragazza sviene.
L’uomo del camion della nettezza urbana mi fa segno di alzarmi dalla panchina, deve passare con il getto d’acqua. Non mi sposto.
Un ragazzo mi saluta con una bottiglia, poi si gira e piscia addosso a un albero. Un cane lo guarda.
Attacca una canzone che conosco, inglese.
Poi i suonatori andalusi si mettono a strimpellare le loro chitarre gipsy: ma qui non siamo forse in Navarra, nel nord?! Qualcuno dice che non c’entrano, sono come i mandolini napoletani a Venezia.
Hemingway fa una smorfia dal suo busto di marmo e ci beve su: «Fiesta!», un po’ è colpa sua.
Due bambini biancorossi ballano.
Rosso come il sangue del toro? Bianco come il niente che vede davanti a sé chi scappa.
Il toro? Dov’è il toro? Oggi non c’è. L’encierro, la corsa, è domani.
Il toro aspetta impaziente le otto di mattina per infilzare lo scemo del villaggio, puntuale.
Altro sangue. Qualcuno chiami il santo.

Distanze

9 Luglio 2009 di sarastascrivendo

In questo presente da sala d’aspetto
avvolgo, paziente, un filo di chilometri.
Ma quello che non ho fatto, non ho detto
ha la distanza di un pugno di centimetri.

L’ingranaggio perfetto

26 Giugno 2009 di sarastascrivendo

Li osservo per l’ennesima volta.

La donna con le gambe di pongo, spinge la sedia a rotelle dell’uomo senza gambe.
Poi quando si siede sono pari, dell’altezza giusta per baciarsi e dimenticarsi che non sanno camminare come le persone normali.
Qualcuno dice che stanno insieme perché nessun altro si sarebbe preso carico di una donna con le gambe di pongo o di un uomo senza gambe, riuscendo a distinguere la compassione dall’amore.
Altri provano pietà e cercano di non guardarli troppo a lungo, abbassando gli indici dei bambini.
Tutti si domandano in silenzio, senza avere il coraggio di chiederglielo, come riescano a fare l’amore.
La donna con le gambe molli sa che senza il sostegno della sedia a rotelle non starebbe mai in piedi; l’uomo senza gambe sa che se nessuno lo spingesse ammuffirebbe a guardare il soffitto della sua camera da letto, maledicendo il destino.
Senza uno, l’altra non va avanti, impossibile dire come facessero prima di incontrarsi.
Forse si conoscono da sempre o hanno cominciato a vivere quando si sono trovati, perché sono fatti a incastro perfetto, non li si può immaginare separati. Sono gli unici due ingranaggi possibili del meccanismo che li tieni vivi e li fa danzare in giro per la città.
La donna si chiede se per ogni uomo senza gambe ci sia una donna con le gambe di pongo pronta ad aggrapparsi alla sua sedia a rotelle e viceversa.
Non trova risposte, sa solo che essere felici è una piacevole convenienza che compensa i loro difetti.
E poi c’è quel segreto che sanno solo loro due, contro l’invidia pietosa dei normali.

Il gioco dei giochi

8 Giugno 2009 di sarastascrivendo

A questo gioco vincono tutti, nella medesima partita, col risultato che a vincere davvero, non è mai nessuno, ma ai partecipanti questo forse non interessa.
Ha più punti chi bara meglio e distrae l’avversario parlando di continuo del suo ego in espansione.
Chi si dimostra più furbo può inventare nuove regole.
È un gioco dove nessuno vuole contare con il braccio sul muro, però vale il liberatutti incondizionato, meglio se si libera chi imbroglia.
Più abile è chi non mostra le sue carte, fa alleanze con strizzate d’occhio e piedini sotto il tavolo.
Il problema è che da tempo immemorabile è andata smarrita la carta del regolamento, assieme a qualche illustre, vecchia, pedina. Si dice siano finite sotto il divano.
Però ci sono molti pezzi nuovi fiammanti, tanti che la scatola del gioco scoppia: lucidi pedoni inconsapevoli, fanti troppo profumati, cavalieri col fondotinta dello stesso colore del cavallo, regine con le curve al posto giusto e, sopra tutti, il re senza corona: è lui che decide le mosse.
Non è contemplato lo scacco matto perché il re è uno solo.

Un gioco così i bambini non lo conoscono, per fortuna.
Il guaio è che la maggior parte della gente è su quella scacchiera a forma di stivale, ma non lo sa.
Qualcuno ha capito che gioco è?

Escursione termica

25 Maggio 2009 di sarastascrivendo

Non erano belli, questo no. Decisamente fuori moda, dimessi e di pochissime parole. Però stavano insieme e almeno questo li rendeva, ai miei occhi, un po’ meno casi umani: lei con quegli occhialetti da presbite, non un filo di trucco, i capelli rossi disidratati e il culone; lui con uno strabismo stanco ingrandito dalle lenti fonde, altissimo e con una zazzera biondo-rossa senza direzione.
Si sorreggevano a vicenda nella loro andatura strampalata.
Non so se fossero felici, ma il fatto che fossero una coppia pareva dimezzare la loro portata singola di tristezza. Venivano per tempo, aspettando anche ore l’orario esatto dello spettacolo. Si sedevano vicini sulle poltroncine di  finta pelle  dicendosi poco niente.
Poi, finito il film, uscivano per mano, in silenzio.
Per un po’ di mesi non li ho più visti. Poi, finalmente ho rivisto più volte lei, da sola.
L’ultima volta domenica: ricurva e sguardo basso, ancora meno parole.
Col caldo, nei luoghi affollati d’inverno, le solitudini si notano di più.

Anche se lo spettacolo in sala era cominciato appena da qualche minuto non è voluta entrare, ha preso il biglietto per quello di un’ora e mezza dopo e, senza passare per il bar o per il bagno, ha fatto le scale, si è seduta sulle poltroncine e ha aspettato. Vecchio vizio.
Nell’atrio al piano superiore, non c’è l’aria condizionata e le pareti a specchio lo rendono un forno rovente. Non credevo sarebbe resistita per molto, le si sarebbero incendiati presto i capelli, pensavo.  E poi tutta quell’attesa, da sola.
Così con una scusa sono andata a controllare. Era lì, seduta, con la testa bassa e le mani unite, chiuse tra le ginocchia, come per scaldarle. Impassibile dentro i suoi strati: una giaccia impermeabile scura e poi una camicia bianca con il collo a punte.
Era caldissimo, ma non dava il minimo segno di soffrirne, piegata su se stessa. Anzi.
La sua solitudine -ho dedotto- deve abbassare di molto la temperatura corporea, ghiacciare dentro i vestiti e richiedere altra solitudine: i posti deserti, gli angoli bui per nascondersi meglio, come le camice abbottonate fino all’ultimo.
Mi ha intristito e non sono riuscita a immaginarle il pensiero. Mi ha intristito ancora di più.
Ha aspettato, ha visto un film per famiglie, poi è uscita così come era entrata, soffocando le ore del giorno della settimana che per molti  può essere una vera condanna.
Domenica prossima, se la rivedo, provo a offrirle una coca fresca di sotto. Vediamo se si toglie almeno la giacca.

Salva in bozze

21 Maggio 2009 di sarastascrivendo

Per me il problema è sempre cominciare. Quello che mi blocca è l’idea di definitivo, di nero indelebile su bianco, di sbarre dentro il vuoto accecante di una schermata word che inchioda.
Allora non mi resta che difendermi pensando all’insieme come a un abbozzo perenne, una gigantesca ameba che non ha ancora forma, ma potenzialmente può essere tutto: una bellissima pagina o un aborto. Devo smettere di lavorare di testa, di alimentare il caos invisibile, dare concretezza alle idee che mi formicolano il cervello, liberare le farfalle. Mi sforzo a buttare giù qualcosa che etichetto sotto l’alibi di “temporaneo”, “non definitivo”, “in prova”. Poi mi salvo in bozze, perché solo dalle parole nascono altre parole e magari inaspettatamente anche quelle giuste in mezzo agli sgorbi, ai tentativi, ai refusi. Mi auguro che, quando inizierò a riconoscerle, quelle buone, vedrò il filo di luce che le accomuna e allora via a tessere pagine e pagine, con quella sorta di frenesia che mi fa stare seduta per ore e mi rovina gli occhi. Sperando che quella forza non finisca mai o il più tardi possibile.
Spesso le cose che aspirano a un valore, seppur minimo, richiedono uno sforzo che vale il loro prezzo.
Ho come l’impressione che non c’entri solo con la scrittura.
L’ispirazione gratis è per pochi eletti, come il colpo di fulmine.