Archivio per la categoria ‘schegge’

Rifiuti speciali

8 Settembre 2009

Ci stava giusto qualcos’altro: strappò la pagina del calendario e la appallottolò assieme ai brandelli dell’oroscopo della settimana e del mese. Niente differenziata, quella roba meritava di marcire nell’indistinto. Pressò poi il contenuto informe con una mano per compattare il tutto e ricavare uno spazio agevole per fare il nodo al sacco. Lo prese e lo gettò nel bidone aspettando il tonfo con una soddisfazione elementare.
Si chiese se ci fossero bidoni anche per i rifiuti speciali. Non pensava ai vecchi frigoriferi puzzolenti o alle collezioni di pile incancrenite dall’ossido, ma ad altri tipi di roba andata a male.
Come le attese ammuffite sotto le ragnatele delle possibilità, i giorni pieni di pensieri appiccicosi in direzioni sbagliate, i sogni scaduti, la pazienza logora, il tempo marcito a contemplare i pezzi tentando di ricomporli, le ferite a cui troppe volte è stata tolta la crosta, i cuori consumati come  vecchi calzini, le speranze ridotte a un filo…appeso all’ultimo brandello di illusione.
Dove andavano buttati tutti questi rifiuti? Dove finivano i sentimenti che non attecchivano, i battiti cardiaci andati a vuoto, gli appuntamenti morti prima di diventare piacevoli abitudini?
Dissolti nell’aria in micro particelle cancerose: ipotesi pessimista.
Stipati nel fondo di discariche invisibili, aspettando la lenta ma inevitabile decomposizione: ipotesi fatalista.
Ridotti a compost (leggi letame) per concimare di nuovo il giardino: ipotesi ottimista.
Bastava scegliere.

L’ingranaggio perfetto

26 Giugno 2009

Li osservo per l’ennesima volta.

La donna con le gambe di pongo, spinge la sedia a rotelle dell’uomo senza gambe.
Poi quando si siede sono pari, dell’altezza giusta per baciarsi e dimenticarsi che non sanno camminare come le persone normali.
Qualcuno dice che stanno insieme perché nessun altro si sarebbe preso carico di una donna con le gambe di pongo o di un uomo senza gambe, riuscendo a distinguere la compassione dall’amore.
Altri provano pietà e cercano di non guardarli troppo a lungo, abbassando gli indici dei bambini.
Tutti si domandano in silenzio, senza avere il coraggio di chiederglielo, come riescano a fare l’amore.
La donna con le gambe molli sa che senza il sostegno della sedia a rotelle non starebbe mai in piedi; l’uomo senza gambe sa che se nessuno lo spingesse ammuffirebbe a guardare il soffitto della sua camera da letto, maledicendo il destino.
Senza uno, l’altra non va avanti, impossibile dire come facessero prima di incontrarsi.
Forse si conoscono da sempre o hanno cominciato a vivere quando si sono trovati, perché sono fatti a incastro perfetto, non li si può immaginare separati. Sono gli unici due ingranaggi possibili del meccanismo che li tieni vivi e li fa danzare in giro per la città.
La donna si chiede se per ogni uomo senza gambe ci sia una donna con le gambe di pongo pronta ad aggrapparsi alla sua sedia a rotelle e viceversa.
Non trova risposte, sa solo che essere felici è una piacevole convenienza che compensa i loro difetti.
E poi c’è quel segreto che sanno solo loro due, contro l’invidia pietosa dei normali.

Macerie

7 Aprile 2009

Ci sei. E dopo trenta secondi non ci sei, forse. Sei a letto. E dopo mezzo minuto non hai più il pavimento che ti regge. Il tetto ti si è sbiciolato addosso: calcestruzzo friabile come una crosta di pane secco. Respiri polvere e schegge, ma respiri?
Se respiri non trovi le parole, non ti vengono, sono sotto, sotto là.

È difficile trovare parole adatte e allo stesso tempo reali per raccontare paesi e vite che si sgretolano. I media ci cascano sempre nel trabocchetto: quante frasi buttate via, inutili come salotti televisivi, fastidiose come mosche (vespe?) sugli occhi. Non serve strappare lacrime che scendono da sole, qualcuno lo può dire a quei signori in cravatta?

Le uniche parole belle (belle, sì perchè c’è sempre bisogno di bellezza per poter vivere) che mi sono parse dense e discrete sono state quelle di Gian Antonio Stella, nel suo articolo di apertura del Corriere della sera:

[...]Solo il silenzio. Un silenzio gonfio di disperazione. Rotto solo dal pianto di qualche parente e dal rumore dei caterpillar che affondano le pale tra le rovine tirando su enormi cucchiaiate di quotidianità annientata.
Frigoriferi sepolti sotto tonnellate di pietra con una confezione di uova rimaste miracolosamente intatte che si rompono rotolando via nella polvere. Stufe a gas. Credenze dai vetri scoppiati coi bicchierini del vermouth della domenica rovesciati tutti da una parte. Spalliere di ottone che emergono tra i travi e i mattoni luccicando gialle sotto il sole. [...]
«Io e mia moglie ci siamo salvati per un pelo. Fortuna. Vuol sapere la cosa più assurda? Si è sentito uno schianto e ci tremava la terra sotto i piedi e venivano giù le pareti e io mi sono trovato a imprecare:“Le scarpe!Dove ho messo le scarpe?” [...]
Mentre cala la notte, nei paesi sotto il Gran Sasso la terra, ogni tanto, dà un nuovo scossone. Piccolo. Leggero. Sinistro. Così, tanto per ricordare chi comanda.»

Funes

30 Marzo 2009

“Noi in un’occhiata percepiamo: tre bicchieri su una tavola.
Funes: tutti i tralci, i grappoli e gli acini di una pergola. Sapeva le nubi australi dell’alba del 30 aprile 1882, e poteva confrontarle, nel ricordo, con la copertina marmorizzata d’un libro che aveva visto una sola volta, o con le spume che sollevò un remo, nel Rio Negro, la vigilia della battaglia di Quebracho. Questi ricordi non erano semplici: ogni immagine era legata a sensazioni muscolari, termiche, ecc. Poteva ricostruire tutti i sogni dei suoi sonni, tutte le immagini dei suoi dormiveglia. Due o tre volte aveva ricostruito una giornata intera; non aveva mai esitato, ma ogni ricostruzione aveva chiesto un’intera giornata. [...]
- La mia memoria signore è come un deposito di rifiuti.-
Un cerchio su una lavagna, un triangolo rettangolo, un rombo, sono forme che noi possiamo intuire pienamente; allo stesso modo Funes vedeva i crini rabbuffati di un puledro, una mandria innumerevole in una sierra, i tanti volti di un morto durante una lunga veglia funebre. Non so quante stelle vedeva nel cielo.[...]
Il suo proprio volto nello specchio, le sue proprie mani, lo sorprendevano ogni volta.[...] Funes discerneva continuamente il calmo progredire della corruzione, della carie, della fatica. Notava i progressi della morte, dell’umidità. Era il solitario e lucido spettatore d’un mondo multiforme, istantaneo e quasi intollerabilmente preciso.[...]
Nel mondo sovraccarico di Funes non c’erano che dettagli, quasi immediati.”
J.L. Borges, Funes, o della memoria.

Ireneo Funes ha diciannove anni, ma è antico come l’Egitto. In seguito a una caduta da cavallo perde i sensi. Quando li riacquista, il presente gli diventa intollerabile tanto è in grado di percepirlo ricco e nitido. È così pure per i ricordi più antichi e banali. Rimane anche paralizzato, ma la cosa gli importa poco…sente che l’immobilità è il prezzo minimo, perchè la sua percezione e la sua memoria ora sono diventate infallibili. Ha così tanti dettagli in testa che non gli è facile dormire. Ma il suo sguardo è capace di contenere tutte le minuscole gocce d’acqua delle nuvole.  È un racconto per chi ha modi speciali di guardare il mondo. Per chi non lo sa, non vi dico come va a finire. Quel genio di Borges.


Fame

18 Marzo 2009

Ho l’impressione che non siamo che enormi buchi da riempire, involucri in cerca di qualcosa che li possa saziare. Il desiderio di cibo è vero, le budella mugolano, i vuoti d’aria ci implodono dentro, non è immaginazione.
Siamo umanità piena di fame, pronta a buttarsi su qualsiasi cosa pur di sopire il vuoto… il problema resta con cosa riempiamo il buco che siamo. Il rischio è di finire a stiparsi lo stomaco di polistirolo: imbottisce ma non sfama.
Casi semplici, come M. che mette le dita dentro il vaso della nutella, indice e medio, e poi lecca con insistenza, tentando di raccogliere con la lingua, ruvida sul liscio, tutta la crema sui polpastrelli.
Casi più complessi, come P. che annega nella noia di una professione ereditata, una vita non scelta. Per questo si riempie fino a scoppiare di gettoni luminosi e intermittenti. Sacrifica il tempo che potrebbe passare con la moglie a ciliegie e campane di una slot machine di provincia. Più qualche giornalino sexy amatoriale per dessert.
L. mangia il gelato di nascosto, al buio, illuminata solo dalla luce fredda del freezer aperto. Non dovrebbe a causa dei suoi trigliceridi, machissenefrega. Nessuno la vede, è sola in casa.
T. si abbuffa di ore di lavoro sfiancante, tra la bassezza dei peggiori rutti da bar. Tutto pur di non avere il tempo di guardarsi allo specchio, cercando una via d’uscita a quel “cosa ci faccio io qui?”.
D. placa la fame con il sonno, andando a letto il prima possibile per non pensare, rifugiandosi nel buio caldo che cancella quell’ossessione di essere anonimo. E se non ce la fa da solo a dormire si aiuta con qualche caramella.
F. si perde in un bicchiere che non è più d’acqua da molto tempo, ma che almeno le toglie quel languore dallo stomaco. E poi sembra tutto più bello.
G. non mangia più, vuole colmare il vuoto col vuoto, sparendo inghiottita dalla sua fame da modella.
A. sta male non ce la fa più, si è fermato e si è guardato dentro: ha scoperto che ha un’ulcera che poi non è altro che un buco. Attraverso il foro ha visto che tutto ciò di cui si riempiva, proprio da lì, velocemente usciva, senza appagare, senza nutrire.
Ma c’è anche chi si sazia di quel che trova, grattando oltre la superficie: parole qua e là, immagini, storie, musica, schegge di bellezza vera o immaginata, sogni gonfi come mongolfiere, paesi da conoscere, persone da voler bene. Sempre per non sentire il brontolio.

Liberazione

15 Marzo 2009

Mi parli tra le sbarre:
leggo le tue labbra sporche
di marmellata
che dolce, appiccica.
Ma non sento la voce.
Soffoco:
morirò di noia,
sola nella voliera.
Ma con la fionda hai rotto il vetro,
e sono schegge di finestra:
fammi uscire.
Mi afferri con la mano calda,
sudata di corsa.
Devo liberare le falene
che sbattono le ali
tra le pareti della mia testa.
Credi?
E se mi facessi solo del male?
Alle lucertole ricresce la coda- dici.
Allora rido
e sputo ossi di ciliegia
contro al muro.
Aspetta,
hai una piuma tra i capelli.

Spotless mind

3 Marzo 2009

Camminiamo su un filo, sottile, una bava di ragno, sospesi tra quello che eravamo ieri e quello che saremo domani, mai uguali.
Che cos’è la memoria? Dimmi…
Un peso?
Vuoi cancellare, cancellare il nastro già inciso.
Hai messo tutto in una scatola e hai appiccato il fuoco.
Vuoi raschiare con l’unghia i volti dalle foto- è semplice, so che l’hai già fatto.
Ma poi ti trovi impigliato nelle parole di una canzone che ti fa pensare a un biglietto scritto tanto tempo fa quando c’era la neve e… che cos’è la memoria?
È quello che ci resta.
Le schegge che rimangono quando dimentichiamo quello che non serve, che non dura, che ci avvelena.
La memoria, mai ci sia tolta, perché è linfa e sangue che scorre.
E allora camminiamo avanti e indietro sulla pellicola sottile che illumina la nostra nebbia.
Perchè ricordare è la nostra tortura, ma ci salva.

Eternal sunshine of the spotless mind.

Wisdom

7 Febbraio 2009

«Conta i ragni», si ripeteva guardando il soffitto asettico della piccola sala operatoria.
Era la strategia della mamma quando da piccola le lavava i capelli.
«Guarda in alto e conta i ragni sul soffitto», così la schiuma dello shampoo non andava negli occhi. Ma negli angoli di quel soffitto non c’era nemmeno un minuscolo ragno, solo quadratini luminosi che tagliavano gli occhi.
Mentre agiva di pinza, il medico le aveva detto:
«Lei non ha idea di quel che stiamo facendo nella sua bocca! Lei è forte,signorina. Non si è mai lamentata. Per caso è una di quelle che prende a pugni gli uomini?».
Non aveva risposto semplicemente perché aveva le sue dita in bocca, ma quasi avrebbe voluto dargli un morso. E poi:«Complimenti, tiene bene il dolore!» e via una pacca energica sulla spalla.
I giorni dopo si chiese se avere un’alta soglia del dolore fosse una cosa che viene con l’allenamento, a masticarne un po’ ogni giorno. E si chiese anche se fosse davvero una buona cosa. Poi pensò a Mitridate.
Mitridate, re del Ponto, par paura che i suoi nemici lo avvelenassero, assumeva piccole dosi di veleno ogni giorno, così da immunizzare il suo corpo da diverse sostanze mortifere.
Forse era così anche per lei, ingoiarne un cucchiaino ogni tanto l’aveva assuefatta.
E poi quel far finta di niente, cicatrice su cicatrice, dicevano, le faceva onore.
Ma quella mattina non c’era Mitridate che tenesse. Aveva la sensazione di essere stata appesa per la guancia a un gancio da macelleria, così, dondolando tutta la notte, per ore intere. Poi sentì in bocca il sapore caldo e ferrigno del sangue e il macellaio che le diceva in un orecchio:«Lei è forte, vuole davvero darmi un pugno?». Quanti pugni avrebbe voluto dare, un po’ a caso e un po’ a chi se li meritava. Nel dormiveglia sentì un peso in bocca, come se qualcuno le avesse infilato a forza una pallina da tennis. E poi la pallina cominciò a pulsare dentro alla mascella al ritmo del cuore. Fu questo e non il trillo della sveglia ad aprirle le palpebre. «Come morì Mitridate?» si domandò.
Mitridate, tradito dal figlio, decise di uccidersi: ma i veleni non avevano più effetto e così si fece trafiggere con la spada da un servo.
Allora sentì il dolore arrivare tutto insieme, in un’onda rossa e pesante, sommarsi strato su strato fino a riformare quella invisibile pallina da tennis che martellava senza fine. Sotto il buio caldo delle coperte accettò e pianse tutto il male, mentre il macellaio rideva dicendo che aveva degli occhi davvero belli.

Persa

20 Gennaio 2009

Frugò alla cieca dentro la borsa, rimescolando tutto il contenuto: a palpo, non c’era. Allora la rovesciò come un calzino sopra il letto, sperando di vedere cadere anche quello che cercava e invece nulla. Controllò le tasche di giacconi e cappotti, le mensole e i cassetti. Doveva averla dimenticata da qualche parte, o persa in giro, senza accorgersene, quell’agendina. Forse si era infilata tra i volumi che aveva restituito quel giorno in biblioteca, forse. O era scivolata fuori dallo zaino. Guardi che ha lasciato aperta la tasca le aveva fatto notare una signora bionda camminando per strada.

Mentre cercava, e anche dopo, si sentiva peggio che derubata, come se qualcuno le avesse sottratto la biancheria dalla cesta delle cose da lavare: stava male pensando a quell’intimità marchiata dal suo odore che qualcuno stava annusando. E perdere l’agenda vecchia proprio il giorno in cui si era comprata quella nuova! Più bella, in pelle sì, ma con le pagine bianche. Aveva perso l’agenda quando ormai non le serviva più, perché l’anno era iniziato da un po’ e non c’era altro spazio.
Quello che non trovava era l’accumulo irrisarcibile di un anno: gli impegni e le scadenze, certo, ma anche i film visti, le frasi dei libri che leggeva, le parole che qualcuno aveva detto, i commenti sotto le cose da fare o le feste consumate. Ci incollava ritagli di riviste e annotava le ore di lavoro, disegnava faccine o colorava intere facciate di nero, riportava citazioni, esclamazioni e parolacce che raramente le uscivano di bocca. Avrebbe dato in pegno volentieri quella nuova, vuota, se solo qualcuno le avesse riportato quella vecchia, proprio perchè non serviva più a nulla, ma era piena: era stata la sua memoria, discreta.

E invece qualcuno stava odorando le pagine della sua agenda e non la chiamava, nonostante ci fossero numero e indirizzo in prima pagina.

Ripensava ai minimi spostamenti di quei giorni  e mentre percorreva mappe mentali, ruminava un grumo  amaro di vergogna e dispiacere: sempre quell’idea di qualcuno che annusava le sue mutande.

E se invece semplicemente fosse caduta in canale? Inzuppata nella pioggia e trascinata nei rigagnoli fangosi che segnavano la città?

Cercò di dimenticarsene, magari così sarebbe saltata fuori, ma ogni tanto, come uno spillo rimasto infilato nella cucitura dei pantaloni, il pensiero dell’agenda la pungeva.

Aspettava una telefonata da quel qualcuno che riusciva a immaginare solo come un uomo. Cha fatica ricomiciare.

Sherazade

19 Novembre 2008

Dopo averle fatto il bagno, ho vestito Fatima: le ho messo la felpa che preferisce- quella del panda-, le ho aggiustato i pantaloni e rifatto la treccia. Negli occhi aveva tanti piccoli punti di domanda, ma se ne stava in silenzio, immobile, e mi lasciava fare, come fosse un gioco e lei la mia bambola, in piedi sopra al coperchio del water. Poi l’ho sollevata di peso e l’ho accompagnata a letto. Ho scostato le lenzuola e l’ho messa sotto, senza guardarla in faccia o mi sarei tradita.

- Mamma, perché mi metti a letto con i calzini?

Ho alzato lo sguardo mentre la rimboccavo e non ho aperto bocca. Dimenticavo che lei è il mio sismografo: registra anche le piccole scosse e non me le lascia passare inosservate.

- Così facciamo prima- mi sono limitata a dirle e le ho stampato un bacio sulla fronte, distratta.

Devi andartene.

Ho spento la lampada a forma di Snoopy che ha sul comodino e ho acceso la lucetta verde vicino alla porta.

- Mami, non mi hai letto la storia…

- Stasera…mamma ha da fare, domani ti prometto che ne leggiamo due.

Ho accostato la porta per non vedere lo sguardo triste ritagliato dal bordo del lenzuolo.

Avevo deciso che quella sarebbe stata l’ultima volta: che mi dava della puttana, che mi torceva il polso fino a farmi venire le pieghe viola, che mi urlava in faccia che dovevo stare zitta, zitta!

(continua…)