Archivio per la categoria ‘day by day’

Pazzo (D)uomo

15 Dicembre 2009

Narriamo quel che successe al sovrano
per mano di un povero pazzo di Milano.

«Io sono bello, io sono il re,
sono il migliore e attento a te!»
questo era il suo discorso pacato
in un giorno di trionfo assicurato.
Ma un povero pazzo di Milano,
stufo delle smanie del sovrano,
si intrufolò silenzioso alla celebrazione
senza destare la minima attenzione.
Eppure aveva un’arma perfetta,
non dico pistola, non dico accetta:
nessuno sospettava che quel pazzo uomo
stringesse in mano un modellino del duomo.
Sicuro di non essere il solo stanco
tra la folla presto si aprì un varco,
tant’è che scagliò il corpo contundente
proprio in faccia al presidente:
il colpo è deciso e le guglie son tante,
il risultato? Un volto sanguinante…
«Non è di plastica!?!» pensò il pazzo
«che ho combinato, o cazzo!»
Questa la goccia che ha traboccato il vaso,
e, oltre ai denti, ha incrinato il naso.
La tensione è alta, non si abbassano i toni
anche se è tempo di panettoni…
Tutti pensano a un attentato,
ma si tratta di un quarantenne squinternato.
Silvio va all’ospedale di fretta,
mentre l’altro è caricato in camionetta.
Tuttavia il re ancora non ci crede:
a quel matto il primo processo breve!

Ecco quel che successe al sovrano
per mano di un povero pazzo di Milano.

Gomma

13 Novembre 2009

Si sbaglia. Chi più chi meno, tutti sbagliamo.
Allora si prende la gomma e si cancella, riempiendo il foglio di trucioletti grigi.
La gomma regala certe soddisfazioni, la sensazione di essere stati perdonati e di avere l’occasione, di nuovo, di rifare come va fatto, sicuri che non si potrà fallire per l’ennesima volta. Ma dà anche la possibilità di sbagliare ancora e ancora, continuando a cancellare.
Col risultato che più si sbaglia più è difficile far sparire del tutto il segno: resta sempre quell’alone, la riga dei quadretti si fa più lucida, la carta si tira.
Sbagliare e cancellare, sbagliare e cancellare, di continuo e sempre su quello stesso punto…che non ci viene bene. Magari prendendo anche la gomma blu, il dischetto tondo e duro per levare l’inchiostro, quella che gratta la superficie – quella per i perfezionisti. Si pensa di far bene a raschiare via una volta per tutte lo scarabocchio e ci si mette d’impegno a farlo sparire. Finché a furia di grattare…si rompe l’incantesimo una volta per tutte, si strappa la pagina.
Piangere sul foglio peggiora solo le cose perché l’inchiostro del quadretto si scolora e il ghigno dello strappo è sempre più beffardo.
Bastava girare pagina, lasciare in pace l’errore e andare avanti, siamo appena all’inizio del quaderno. E invece no, accanirsi sulla cancellatura ha prodotto la ferita e ora le lacrime le stanno smangiucchiando gli orli.
È il peggio che si possa immaginare, pensando di agire bene, fare il buco con la gomma.

Matricola

9 Ottobre 2009

Stamattina mi lascio la pelle vecchia sulla strada, una carcassa leggera come una foglia secca. Sento che una parte della vita è irrimediabilmente conclusa. Lo penso mentre cammino mimetizzandomi perfettamente tra tutte queste matricole: hanno sempre meno in comune con me, ma questo non cambia la mia vera condizione, anzi la rende solo un po’ più assurda.
Io che matricola non sono più da un pezzo e ormai non sono neanche più “studente”.

Tra la sonnolenza si infiltra il pensiero che avevo in prima elementare quando osservavo dall’alto in basso quelli di quinta…mi parevano degli dei, grandissimi e inavvicinabili: arriverò mai lassù?
Ma venuto il mio turno di essere tra i “grandi”, mi stupivo: ma dov’è tutta ’sta grandezza? E così sbirciavo dalla rete a guardare quelli di terza media – enormi e dunque rassicuranti per la mia piccolezza – che facevano ginnastica nell’altro cortile.

Ora che sto finendo la mia vita con lo zainetto mi ritrovo con quelle stesse domande, che hanno il sapore di un’illusione infranta: sono adulta, adesso? O posso ancora voltarmi a guardare verso qualcuno per sentirmi piccola –  da difendere e da ammaestrare? Spero di sì, matricola perenne, ma non più qui. Qui non c’entro più nulla.
Mi sembra di camminare sollevata da terra, tra due parentesi, sulla parentesi più grande che è questo ponte. Qui, dove tutti quelli che lo percorrono sembrano traballanti marmocchi ai primi passi – incespicare è un attimo.
E proprio qui e ora sto cambiando pelle. Sento un grumo che preme in gola e ho gli occhi pieni di acqua, ma non è per l’alta marea.
Proseguirò più vulnerabile, perché momentaneamente senza difese, sperando e aspettando che se ne riformi presto un’altra. Ma si stava così bene in quella vecchia…e qualcuno può dirmi dov’è tutta ‘sta grandezza?



pHemmine

6 Ottobre 2009

Limone, aceto, latte andato a male, yoghurt bianco quel che volete.
Alcune donne, ad un certo punto della vita, si inacidiscono.
Sembra un processo naturale inevitabile tipo fotosintesi clorofilliana o fermentazione del mosto.

Due in mezz’ora fanno pensare:

1. La segretaria. Mi ha guardato con sufficienza ancora quand’ero sulla porta della direzione didattica, poi, piccata, mi ha detto che ero in anticipo nella consegna dei documenti (da quando in qua consegnare in tempo è esecrabile?), mi ha trattato male per nessun motivo, tranne una sua paturnia burocratica di cui io non potevo essere responsabile. “Chi sei tu, più bella, per avere due correlatori?!”. Ho tentato di spiegarle che la bellezza non c’entra un fico secco e che non sono stata io a decidere questa cosa, ma il risultato è stato uno sbuffo d’impazienza e un post-it giallo con il mio numero di telefono in caso di problemi, sottolineato problemi.  Aceto puro, non balsamico.

2. La commessa della libreria. Educatamente le ho chiesto se avevano in negozio un libro che desideravo acquistare, le ho indicato autore e titolo, poi le ho fatto lo spelling perché non capiva. Ha consultato il pc, infine con aria supponente mi ha replicato: “E chi sarebbe questo Zadoorian?! Mai sentito! Ti sei sbagliata”. Io ho tentato di farle capire che è uno scrittore americano, che non mi ero sbagliata e che ero nel posto giusto se volevo cercare notizie su quel libro, dato che la libreria è piuttosto grande. Ma lei, invece di ammettere umilmente la sua ignoranza, mi ha liquidato e non ha voluto ordinarmelo. Un limone acerbo, mezzo verde.

A questo punto avrei dovuto sorridere dolcemente a queste incarnazioni dell’acidità che mi corrodevano una mattinata felice come una brioche alla marmellata, ma non ce l’ho fatta…Perché non ce l’ho fatta? Non voglio diventare così, fermatemi prima, datemi un maalox.  Ammetto che in diverse occasioni posso essere sembrata triste, pensierosa, maldestra, difficile, frettolosa, contorta, impaurita, distratta…ma acida?
Scanso equivoci ho deciso che da domani mattina comincio con la cura del miele: che io possa morire sciolta nella salamoia se il mio ph femminile supera la soglia di sopportabilità umana.
Limone, aceto, latte andato a male, yoghurt bianco quel che volete.

Il sempre nel mai

4 Ottobre 2009

Che vuol dire “cercare il sempre nel mai”?

È voler cavare il ragno dal buco, quando nel buco non c’è proprio nulla? La tortura di ogni giorno che  porta ad accanirci su quello che non fa per noi, come topi appiccicati al vischio che tentano invano di togliere le zampette dalla morsa filamentosa. Chi ha un lavoro, vorrebbe fare tutt’altro; chi cerca un impiego qualsiasi, non lo trova; chi ama, non è ricambiato; chi è ricambiato non è innamorato; chi è in coppia vorrebbe stare solo; chi è da solo vorrebbe qualcuno; chi cerca, non trova; chi trova, non ha cercato. È quello che manca che ci fa andare avanti? Perennemente affamati…
Non del tutto.
Che vuol dire “cercare il sempre nel mai”? È voler quadrare il cerchio sapendo che non ci riusciremo mai perfettamente. La perfezione non è nostra: sfioreremo sempre il cerchio ma resteremo sempre un po’ quadrati. Camminiamo lungo un ramo d’iperbole dove quello che ci tiene in vita è tendere alla felicità, senza mai toccarla e pare proprio che questo ci consenta di estenderci all’infinito. Perché se la tocchi si dissolve, bolla di sapone nell’aria.
Forse.
“Cercare il sempre nel mai”, come ripete la protagonista del libro che ho appena finito di leggere. È forse il miracolo insano che ci fa amare la bellezza in questo schifo, l’infinito nel finito, l’eternità nella fine.
Sì, dev’essere questo.

Metadelirio

24 Settembre 2009

Come in una casa degli specchi, la stessa faccia si moltiplica, moltiplica, moltiplica, deforma, deforma, deforma, fa linguacce, linguacce, linguacce, sorride, sorride, sorride, ghigna, ghigna, ghigna.
In edicola, una dopo l’altra sfilano le testate con la sua cera terrea e si sovrappongono i sorrisi da striscetta sbiancante; in treno si alzano i giornali e trionfa il suo nome, ancora la sua faccia, in tv ogni giorno si parla di lui; nei rotocalchi che sfoglio dal dentista c’è ancora lui, questa volta in famiglia, carta scadente impregnata di foto lucide.
Dopo un po’ il bombardamento mediatico diventa psicosi pandemica, delirio di massa.
Su Facebook si moltiplicano i gruppi di fanatici, eretici ed esasperati: uno solo il legame, lui.
Gli hanno scritto un’ode che neanche l’acr le fa così brutte. Per il giorno del suo compleanno vorrebbero proiettare il video della canzone in tutti i cinema d’Italia, prima dello spettacolo della sera.
C’è chi lo vuole candidato per il premio Nobel della pace nel 2010. Martin Luther King si rivolta nella tomba, Nelson Mandela e Lech Walesa sono colti da un colpo per lo spavento.
C’è chi giura che la guardia col colbacco scuro, simbolo dell’austera Oxford School, ha la sua fisionomia, stesso sorriso piacione, di sicuro poco british.
Qualcuno pensa a lui e ai suoi discorsi come possibile materia per una tesi di semiotica.
Sabato una bambina di nove anni mi ha fatto vedere il disegno che aveva appena colorato. A fianco c’era la didascalia: “Questo è un gorilla disperato (Magilla!) in crisi per colpa di S…” – ancora lui!
Non è stato forse lui a fare il primo passo sulla luna? a incoronare Carlo Magno la notte di Natale dell’anno 800? a fare il bagno con Rita Haworth nella fontana di Trevi?
Si infiltra subdolamente anche nel mio inconscio e qui la cosa è davvero grave: nel giro di dieci giorni l’ho sognato due volte. Nel primo caso moriva per infarto, nel secondo mi processavano per una filastrocca goliardica in suo dis-onore. E se Morfeo fosse stato assoldato per il break di mediashopping tra un sogno e l’altro?
Oddio mi sto ammalando, il contagio mediatico mi ha raggiunta. La mascherina, lavarsi spesso le mani, evitare i saluti troppo viscidi, occhio agli sputacchi (niente baci con la lingua ?!)…è per questo vero, per evitare il contagio. E io devo aver dimenticato l’amuchina e ieri in stazione un moccioso mi ha starnutito troppo vicino senza mettere la mano davanti alla bocca. È per lui che stanno preparando il vaccino, vero? Intanto la sua faccia si sta staccando, giorno dopo giorno, scivola secondo un impercettibile slittamento verso il basso…ma la maschera è la faccia, questo il dramma.

oxford

Disarmare

13 Agosto 2009

Se vi capita di passare per uno dei più brutti quartieri di Torino, quello dei tossici e degli extracomunitari sulle panchine, fermatevi e chiedete di Ernesto.
Suonate all’arsenale e si aprirà il portone, anche alle due di notte.
I due grossi cani, bianchi e pelosi, che vi verranno incontro vi guarderanno impassibili, senza abbaiare- potete starne certi.
Varcata la porta, troverete un mondo alla rovescia, al primo impatto davvero straniante: una vecchia fabbrica di morte, ora in disuso, produce tonnellate di pace. Silenziosa e concreta, come i veri miracoli. L’edera cresce libera sui muri e i buchi delle bombe sono diventate aperture che fanno passare il sole.
Capirete che i fiori nei cannoni appassiscono se non ci si sporca le mani per piantarli a fondo.
Vi mostreranno un grande magazzino, pieno dei vostri eccessi, dove si imballano pacchi per l’80% dell’umanità depredata, che non siete voi.
Conoscerete molta gente che si spacca la schiena per niente, dice di avere tutto e ha sempre qualcosa da restituire.
Incontrerete chi è convinto che i giovani contano e possono cambiare il mondo, se sognano in grande.
Sì, avete capito bene, i giovani, non gli adulti.
Condividerete l’antilogica di chi guarda il mondo dal basso, per aiutare quelli sul fondo-che potreste anche essere voi-a risalire.
Vi toccherà non lasciare avanzi sul piatto e riconoscerete che le date di scadenza degli alimenti sono fatte il più delle volte per far consumare più in fretta.
Troverete chi crede, nonostante tutto, alla vecchia storia della goccia che può forare un masso e alle lunghe distanze raggiunte a piccoli passi.
Vi si spalancherà un universo sovversivo ma poco rumoroso e per nulla violento, e dopo averlo conosciuto penserete, come me, che il resto del mondo, fuori dal portone, non può farne a meno.

Se vi capita bussate al Sermig. 
Anche se non ve ne rendete conto, siete voi ad averne bisogno.

C’è un cassetto

31 Luglio 2009

C’è un cassetto senza fondo in cui butto tutto quello che all’istante non mi soddifa.
Proprio quello che non mi piace vedere, toccare, ascoltare, rileggere, ma non ho il coraggio o la forza di uccidere. Ci sono pagine stropicciate, cd strisciati, foto calpestate, volti oscurati, cuori ammaccati.
Lo chiudo a chiave così che non salti fuori niente che non voglia, evitando il rischio che gli obbrobri prendano vita in mia assenza e mi facciano vergognare in giro. E poi si sa che divento rossa.
Così dimentico quello che vi ho messo, per due giorni oppure qualche settimana. Può passare un mese, anche anni. Basta non vederlo più, quello schifo, per dimenticarsi che esiste e tanto basta a staccargli il pensiero di dosso. Vero? Sì, quasi.
Poi quando mi sono ripulita la memoria, ho fatto respirare tutte le cellule cerebrali, riapro il cassetto e toh! salta fuori quella cosa, oddio quella cosa che mi faceva tanto orrore: quanto era brutta, acerba e malfatta! Tanto mi ripugnava, incompleta e deforme, mi violentava solo pensarla possibile, esistente, fatta da me. Bleah!

Ma, forse, non è così male come credevo. Anzi è quasi quasi accettabile – come mai non me ne ero accorta che valeva qualcosa? Dio mio, a pensarci bene è perfino bella questa creatura di due anni fa…tre mesi fa…ieri. Qualcosa di buono c’era, ma non lo vedevo.
Il tempo l’ha salvato.
Grazie cassetto.

L’ingranaggio perfetto

26 Giugno 2009

Li osservo per l’ennesima volta.

La donna con le gambe di pongo, spinge la sedia a rotelle dell’uomo senza gambe.
Poi quando si siede sono pari, dell’altezza giusta per baciarsi e dimenticarsi che non sanno camminare come le persone normali.
Qualcuno dice che stanno insieme perché nessun altro si sarebbe preso carico di una donna con le gambe di pongo o di un uomo senza gambe, riuscendo a distinguere la compassione dall’amore.
Altri provano pietà e cercano di non guardarli troppo a lungo, abbassando gli indici dei bambini.
Tutti si domandano in silenzio, senza avere il coraggio di chiederglielo, come riescano a fare l’amore.
La donna con le gambe molli sa che senza il sostegno della sedia a rotelle non starebbe mai in piedi; l’uomo senza gambe sa che se nessuno lo spingesse ammuffirebbe a guardare il soffitto della sua camera da letto, maledicendo il destino.
Senza uno, l’altra non va avanti, impossibile dire come facessero prima di incontrarsi.
Forse si conoscono da sempre o hanno cominciato a vivere quando si sono trovati, perché sono fatti a incastro perfetto, non li si può immaginare separati. Sono gli unici due ingranaggi possibili del meccanismo che li tieni vivi e li fa danzare in giro per la città.
La donna si chiede se per ogni uomo senza gambe ci sia una donna con le gambe di pongo pronta ad aggrapparsi alla sua sedia a rotelle e viceversa.
Non trova risposte, sa solo che essere felici è una piacevole convenienza che compensa i loro difetti.
E poi c’è quel segreto che sanno solo loro due, contro l’invidia pietosa dei normali.

Il gioco dei giochi

8 Giugno 2009

A questo gioco vincono tutti, nella medesima partita, col risultato che a vincere davvero, non è mai nessuno, ma ai partecipanti questo forse non interessa.
Ha più punti chi bara meglio e distrae l’avversario parlando di continuo del suo ego in espansione.
Chi si dimostra più furbo può inventare nuove regole.
È un gioco dove nessuno vuole contare con il braccio sul muro, però vale il liberatutti incondizionato, meglio se si libera chi imbroglia.
Più abile è chi non mostra le sue carte, fa alleanze con strizzate d’occhio e piedini sotto il tavolo.
Il problema è che da tempo immemorabile è andata smarrita la carta del regolamento, assieme a qualche illustre, vecchia, pedina. Si dice siano finite sotto il divano.
Però ci sono molti pezzi nuovi fiammanti, tanti che la scatola del gioco scoppia: lucidi pedoni inconsapevoli, fanti troppo profumati, cavalieri col fondotinta dello stesso colore del cavallo, regine con le curve al posto giusto e, sopra tutti, il re senza corona: è lui che decide le mosse.
Non è contemplato lo scacco matto perché il re è uno solo.

Un gioco così i bambini non lo conoscono, per fortuna.
Il guaio è che la maggior parte della gente è su quella scacchiera a forma di stivale, ma non lo sa.
Qualcuno ha capito che gioco è?