Archivio per Luglio 2009

C’è un cassetto

31 Luglio 2009

C’è un cassetto senza fondo in cui butto tutto quello che all’istante non mi soddifa.
Proprio quello che non mi piace vedere, toccare, ascoltare, rileggere, ma non ho il coraggio o la forza di uccidere. Ci sono pagine stropicciate, cd strisciati, foto calpestate, volti oscurati, cuori ammaccati.
Lo chiudo a chiave così che non salti fuori niente che non voglia, evitando il rischio che gli obbrobri prendano vita in mia assenza e mi facciano vergognare in giro. E poi si sa che divento rossa.
Così dimentico quello che vi ho messo, per due giorni oppure qualche settimana. Può passare un mese, anche anni. Basta non vederlo più, quello schifo, per dimenticarsi che esiste e tanto basta a staccargli il pensiero di dosso. Vero? Sì, quasi.
Poi quando mi sono ripulita la memoria, ho fatto respirare tutte le cellule cerebrali, riapro il cassetto e toh! salta fuori quella cosa, oddio quella cosa che mi faceva tanto orrore: quanto era brutta, acerba e malfatta! Tanto mi ripugnava, incompleta e deforme, mi violentava solo pensarla possibile, esistente, fatta da me. Bleah!

Ma, forse, non è così male come credevo. Anzi è quasi quasi accettabile – come mai non me ne ero accorta che valeva qualcosa? Dio mio, a pensarci bene è perfino bella questa creatura di due anni fa…tre mesi fa…ieri. Qualcosa di buono c’era, ma non lo vedevo.
Il tempo l’ha salvato.
Grazie cassetto.

Idioti

31 Luglio 2009

“Si è veramente fortunati quando si incontra qualcuno che non sia un idiota. Ci sono due tipi di idioti: quelli che prendono le cose troppo seriamente (come faccio io quando negli Usa il cameriere mi chiede ‘come stai?’, è una domanda retorica, formale, e io invece rispondo per davvero, e lui mi guarda come se fossi stupido) e ci sono, all’opposto, quelli che sono così immersi in questi cliché di ogni giorno che non si rendono nemmeno conto di esserlo. Preferisco rientrare nel primo tipo”

Anch’io.

Tratto dall’intervista di Carlo Antonelli al filosofo sloveno Slavoj Zizek, Rollingstone, agosto 2009.

Pamplona, 6 luglio (esperando S. Fermin)

15 Luglio 2009

Bianco e rosso è questo delirio.
Oggi è la vigilia, il giorno del chupinazo, il petardo che dà il via ai festeggiamenti.
Un giorno che comincia bianco e rosso e diventa poi di un unico colore, quello del vino tinto che finisce sulla gente.
C’è nebbia anche se è estate.
Si sbianca il cervello; si arrossano gli occhi e la piazza diventa un’immensa macchia viola sulla tovaglia bianca, appena messa per la festa di S. Fermin.
Rosso era il sangue del santo che colava sulla sua pelle candida- lo decapitarono a trentun anni.
Rosso come il vino? Bianco come la faccia di quella lì?
Un toro blu con le corna gialle si affaccia alla finestra: sono due, sono tre, sono in tutta la città.
La ragazza sviene.
L’uomo del camion della nettezza urbana mi fa segno di alzarmi dalla panchina, deve passare con il getto d’acqua. Non mi sposto.
Un ragazzo mi saluta con una bottiglia, poi si gira e piscia addosso a un albero. Un cane lo guarda.
Attacca una canzone che conosco, inglese.
Poi i suonatori andalusi si mettono a strimpellare le loro chitarre gipsy: ma qui non siamo forse in Navarra, nel nord?! Qualcuno dice che non c’entrano, sono come i mandolini napoletani a Venezia.
Hemingway fa una smorfia dal suo busto di marmo e ci beve su: «Fiesta!», un po’ è colpa sua.
Due bambini biancorossi ballano.
Rosso come il sangue del toro? Bianco come il niente che vede davanti a sé chi scappa.
Il toro? Dov’è il toro? Oggi non c’è. L’encierro, la corsa, è domani.
Il toro aspetta impaziente le otto di mattina per infilzare lo scemo del villaggio, puntuale.
Altro sangue. Qualcuno chiami il santo.

Distanze

9 Luglio 2009

In questo presente da sala d’aspetto
avvolgo, paziente, un filo di chilometri.
Ma quello che non ho fatto, non ho detto
ha la distanza di un pugno di centimetri.