Archivio per Febbraio 2009

Una solitudine troppo rumorosa

18 Febbraio 2009

“Da trentacinque anni lavoro alla carta vecchia ed è la mia love story. Da trentacinque anni mi imbratto con i caratteri, sicchè assomiglio alle enciclopedie, delle quali in questi anni avrò pressato sicuramente trenta quintali,[...] contro la mia volontà sono istruito e così in realtà neppure so quali pensieri sono miei e provengono da me e quali li ho letti, e così in questi trentacinque anni mi sono connesso con me stesso e con il mondo intorno a me, perchè io quando leggo in realtà non leggo, io infilo una bella frase nel beccuccio e la succhio come una caramella, come se sorseggiassi a lungo un bicchierino di liquore, finchè quel pensiero in me si scioglie come alcool, si infiltra dentro me così a lungo che mi sta non soltanto nel cuore e nel cervello, ma mi cola per le vene fino alle radicine dei capillari. Così in un solo mese presso in media venti quintali di libri, ma per trovar la forza per questo mio benedetto lavoro, allora in questi trentacinque anni ho bevuto tanta birra che questa lager formerebbe una piscina da cinquanta metri [...] così contro la mia volontà sono diventato saggio e sto accertando che il mio cervello è fatto di pensieri lavorati dalla pressa meccanica, di pacchi di idee.”

A Praga, Hanta lavora da anni a una pressa meccanica che trasforma i libri destinati al macero in pacchetti sigillati, morti e vivi a un tempo. Vorrebbe salvarli tutti, ma non ce la fa. Allora nel cuore di ogni pacco Hanta ripone un libro aperto: volumi cari, che gli sono capitati tra le mani, frasi che gli sono entrate in testa mentre lavorava. Nella solitudine troppo rumorosa del suo magazzino, per sfuggire all’alienazione, tenta di santificare, dare un senso a quei pacchi. Col tempo ha imparato ad amare profondamente questo suo lavoro al punto che, quando viene licenziato dal progresso di una nuova macchina e di una nuova gestione, decide di morire pressato e imballato con il suo mondo di carta.
Un libro puro, quasi religioso e di una poesia cruda, visionaria, frammentata e commovente fino al midollo.

Bohumil Hrabal, Una solitudine troppo rumorosa.

Wisdom

7 Febbraio 2009

«Conta i ragni», si ripeteva guardando il soffitto asettico della piccola sala operatoria.
Era la strategia della mamma quando da piccola le lavava i capelli.
«Guarda in alto e conta i ragni sul soffitto», così la schiuma dello shampoo non andava negli occhi. Ma negli angoli di quel soffitto non c’era nemmeno un minuscolo ragno, solo quadratini luminosi che tagliavano gli occhi.
Mentre agiva di pinza, il medico le aveva detto:
«Lei non ha idea di quel che stiamo facendo nella sua bocca! Lei è forte,signorina. Non si è mai lamentata. Per caso è una di quelle che prende a pugni gli uomini?».
Non aveva risposto semplicemente perché aveva le sue dita in bocca, ma quasi avrebbe voluto dargli un morso. E poi:«Complimenti, tiene bene il dolore!» e via una pacca energica sulla spalla.
I giorni dopo si chiese se avere un’alta soglia del dolore fosse una cosa che viene con l’allenamento, a masticarne un po’ ogni giorno. E si chiese anche se fosse davvero una buona cosa. Poi pensò a Mitridate.
Mitridate, re del Ponto, par paura che i suoi nemici lo avvelenassero, assumeva piccole dosi di veleno ogni giorno, così da immunizzare il suo corpo da diverse sostanze mortifere.
Forse era così anche per lei, ingoiarne un cucchiaino ogni tanto l’aveva assuefatta.
E poi quel far finta di niente, cicatrice su cicatrice, dicevano, le faceva onore.
Ma quella mattina non c’era Mitridate che tenesse. Aveva la sensazione di essere stata appesa per la guancia a un gancio da macelleria, così, dondolando tutta la notte, per ore intere. Poi sentì in bocca il sapore caldo e ferrigno del sangue e il macellaio che le diceva in un orecchio:«Lei è forte, vuole davvero darmi un pugno?». Quanti pugni avrebbe voluto dare, un po’ a caso e un po’ a chi se li meritava. Nel dormiveglia sentì un peso in bocca, come se qualcuno le avesse infilato a forza una pallina da tennis. E poi la pallina cominciò a pulsare dentro alla mascella al ritmo del cuore. Fu questo e non il trillo della sveglia ad aprirle le palpebre. «Come morì Mitridate?» si domandò.
Mitridate, tradito dal figlio, decise di uccidersi: ma i veleni non avevano più effetto e così si fece trafiggere con la spada da un servo.
Allora sentì il dolore arrivare tutto insieme, in un’onda rossa e pesante, sommarsi strato su strato fino a riformare quella invisibile pallina da tennis che martellava senza fine. Sotto il buio caldo delle coperte accettò e pianse tutto il male, mentre il macellaio rideva dicendo che aveva degli occhi davvero belli.

La Madonna dell’Inutile

6 Febbraio 2009

Ho trovato il mio nume per caso. Se lo avessi cercato di proposito di certo non l’avrei mai riconosciuto: è apparso un sabato pomeriggio, freddo e nuvoloso.
Ha il volto e le pose di una donna, ma che le abbiano dato forma solida con una statua conta poco, ciò che importa è che qualcuno ha saputo vederla nelle cose.
Una stessa colata di bronzo unisce la sua figura esile a un ramo schiantato da un uragano, a un vecchio fazzoletto contadino e a una costellazione di residui: un cagnolino di plastica-sorpresa datata di un ovetto kinder-, una catena arrugginita, lamiere, ingranaggi di un utensile meccanico e il piccolo corpo di un neonato. La Madonna slancia le braccia e le gambe per tenersi in equilibrio sul caos che la circonda e tenta di sollevare il bimbo dal ciarpame che sconfina nel buio. Lei ha la forza di risorgere dai detriti di una discarica e perciò salva dal vuoto.
Non è racchiusa nella nicchia di una chiesa o nella teca di un santuario di provincia, non ha ceri che le si smoccolano intorno e nemmeno cassette tintinnanti di offerte, invisibili gli ex voto, nessuna prodigiosa guarigione.
Lei c’è, non l’ho immaginata, esiste per chi, almeno una volta ha conosciuto il dolore impronunciabile degli abbandoni, ha sospettato l’inutilità di quel che faceva, ha tentato di colmare i buchi di una vita imperfetta, ma ha avvertito anche il conforto del ritrovare, ha continuato a cercare nella melma, dove nessuno voleva mettere le mani, e qualche volta, ha scovato nel pattume il bambino che era o che vorrebbe essere.
È la Signora del Nulla, la Madonna dell’Inutile, ed è il dio di chi, anche solo per un istante si è sentito senza nome.
Io che amo frugare tra la robaccia dimenticata, ora come non mai, e che mi lascio impigliare nei misteri delle coincidenze, l’ho eletta a mia divinità personale.