Archivio per Novembre 2008

Sherazade

19 Novembre 2008

Dopo averle fatto il bagno, ho vestito Fatima: le ho messo la felpa che preferisce- quella del panda-, le ho aggiustato i pantaloni e rifatto la treccia. Negli occhi aveva tanti piccoli punti di domanda, ma se ne stava in silenzio, immobile, e mi lasciava fare, come fosse un gioco e lei la mia bambola, in piedi sopra al coperchio del water. Poi l’ho sollevata di peso e l’ho accompagnata a letto. Ho scostato le lenzuola e l’ho messa sotto, senza guardarla in faccia o mi sarei tradita.

- Mamma, perché mi metti a letto con i calzini?

Ho alzato lo sguardo mentre la rimboccavo e non ho aperto bocca. Dimenticavo che lei è il mio sismografo: registra anche le piccole scosse e non me le lascia passare inosservate.

- Così facciamo prima- mi sono limitata a dirle e le ho stampato un bacio sulla fronte, distratta.

Devi andartene.

Ho spento la lampada a forma di Snoopy che ha sul comodino e ho acceso la lucetta verde vicino alla porta.

- Mami, non mi hai letto la storia…

- Stasera…mamma ha da fare, domani ti prometto che ne leggiamo due.

Ho accostato la porta per non vedere lo sguardo triste ritagliato dal bordo del lenzuolo.

Avevo deciso che quella sarebbe stata l’ultima volta: che mi dava della puttana, che mi torceva il polso fino a farmi venire le pieghe viola, che mi urlava in faccia che dovevo stare zitta, zitta!

(continua…)

Trash: essere o non essere?

16 Novembre 2008

In questi tempi di monnezza l’unica saggia via d’uscita è il riciclaggio della materia, compiere il vero miracolo non facendola sparire, ma rendendola fertile, anche se in apparenza non lo è affatto: insomma, far nascere fiori dal letame, come cantava De Andrè.  La soluzione redditizia è ricavare qualcosa  dai rifiuti-che presto saranno la sola sostanza  inesauribile del pianeta-: energia, lavoro, soldi, arte, racconti, filosofia di vita. Voglio lucrarci pure io e ne prendo spunto per la mia tesi perchè mi sa che può c’entrare anche la letteratura.

Oscillo tra due atteggiamenti. Da una parte  c’è l’esperienza catartica di buttare via quello che non si è. Come  Calvino che portando fuori la pattumiera, quella sera, intuì che nell’esistenza

“…il buttar via è la prima condizione indispensabile per essere, perchè si è ciò che non si butta via, il primo atto fisiologico e mentale è il separare la parte di me che resta e la parte che devo lasciare che discenda in un al di là senza ritorno. [...] Dunque questa quotidiana rappresentazione della discesa sottoterra, questo funerale domestico e municipale della spazzatura, è inteso in primo luogo ad allontanare il funerale della persona, a rimandarlo sia pur di poco, a confermarmi che ancora per un giorno sono stato produttore di scorie e non scoria io stesso.”         Italo Calvino, La poubelle agréée

Dall’altra parte c’è il la curiosità irrefrenabile di frugare nella robaccia e cavare fuori qualcosa di buono dal bidone, il recupero archeologico di quel che resta. Nel mio lavoro non voglio essere una trituratrice indifferente ma una raccoglitrice di “mongo”. Sì, “mongo” che non è una parolaccia abbreviata,  non è lessico francese, cinese o africano, ma puro slang newyorkese per definire oggetti che dopo essere stati buttati via vengono raccolti, ritrovati, salvati. Credo sia attraverso uno scarto rigenerato che l’uomo possa salvare se stesso, ridandoci un senso. Perchè se alcune scorie meritano di essere salvate vuole dire che parlano ancora un po’ di noi.

p.s. I suggerimenti di qualsiasi genere sul tema sono ben accetti!

Semplice e un po’ banale

10 Novembre 2008

Ci complichiamo la vita per evitare  di dire cose scontate, per schivare la banalità facciamo acrobazie funambolesche. Non serve a niente: rende ridicoli, astratti, distanti dalle cose e incapaci di decifrare quello che ci frulla in testa o nel cuore. Insomma mistifica la realtà sotto un’intelligenza esibita come una carta d’identità. Così se ci viene chiesto chi è il diverso e rispondiamo: “Colui che ci capisce, ma non ci comprende” nascondiamo la verità pura che forse ci spaventa per la sua schiettezza. E’ il nero, il cinese, il gay, l’obeso, la suora, lo zingaro, il bambino down, la donna senza tre dita, il vicino dalle strane abitudini, mio padre, la nonna, la ragazzina con le unghie e gli occhi dipinti di nero, la cassiera del Billa, la mia compagna di università che ha già un figlio…e potrei continuare all’infinito.

“Chiamare le cose con il loro nome” – e forse anche più di uno – è un motto che sembra, appunto, ovvio, banale, ma che sempre meno persone intorno a me sanno fare. Seguirlo ogni tanto ci renderebbe meno finti, di sicuro più incisivi e lontani dall’ombra dell’ipocrisia.

Una volta anch’io avevo paura della banalità: poi ho smesso e corro questo rischio. Conta lo sguardo.

Hope

6 Novembre 2008

Oggi mentre cammino con il giornale in mano-ci sono un sacco di persone con il giornale in mano, in prima pagina  la stessa faccia sorridente- penso.
Penso: sono felice che abbia vinto, mi sono anche un po’ commossa, magari sull’onda della suggestione mediatica collettiva, ma chissenefrega. Certo è ancora un’idea, una gigantesca aspettativa a cui molti si sono aggrappati, come al filo di un palloncino, ma trovo davvero benefico questo aver sollevato la pesantezza degli ultimi tempi. Obama ha riabituato la gente a sperare.
Penso: gli uomini oggi hanno tanto bisogno di speranze, più che di leggi, davvero. Perchè una persona che spera è più felice e una persona serena ha in testa meno brutte idee, impiega meglio il suo tempo e crea meno problemi.  Lasciatemelo credere. E poi il cambiamento fa bene alle persone, figuriamoci alle nazioni che altro non sono che grandi insiemi di persone.
Penso: mi piace questo rispetto tra le parti avverse, anche quando la sconfitta brucia – cosa da noi mai vista. E questo sentirsi tutti parte di una stessa collettività, fa tanto America, forse è di facciata, ma fatto sta che li invidio. Mettiamola pure così, invidio la loro facciata, perchè la nostra non mi piace per nulla.
Dicono: “un uomo che è l’icona stessa del cambiamento – perchè la sua biografia è il suo messaggio politico”.
Penso: astratto, ma anche già un po’ concreto. Non sarà facile, la delusione serpeggia dietro l’angolo quando le aspettative sono così grandi. Ma è il rischio da correre, se no non si va da nessuna parte.  Deve muoversi con cautela, sa che è bel casino il mondo, ma affronta questo rischio. Non sono così sciocca da credere che farà miracoli, o che la sua vittoria significherà che vivremo tutti mano nella mano. Certo è che sono stati abbattuti dei muri e sembra meno impossibile il giorno in cui si potrà vivere con naturalezza nelle proprie differenze. Questa speranza mi fa sentire bene, come tanta altra gente oggi, credo, spero.
Ci sarà un motivo.

La crisi

2 Novembre 2008

Oggi ho venduto uno sproposito di pop corn, bibite e caramelle a orde di ragazzini in delirio per High School Musical. La quantità esatta non la so, ci posso arrivare facendo due calcoli e approssimando per difetto. Mi limito a dire che quando ho contato i soldi del bar, e nemmeno a fine incasso, sono arrivata a mille euro. Mille euro di schifezze. Mille euro di non-cibo.  Ad un certo punto, appena prima dell’alienazione, mentre riempivo meccanicamente i barattoli, mi è venuto un gran senso di vomito. E una voglia di dirlo ai genitori che si spintonavano per avere, imploranti, la porzione più grande di quel non-cibo per le pance piene dei loro figli.

“Scusate, non servo più pop corn perchè mi viene da vomitare. Mi fate vomitare. Facciamo vomitare. Se volete, signori, servitevi pure da soli.”
Loro avrebbero preso d’assalto il bancone, tenuto in ostaggio la macchina dei pop corn e io avrei mollato tutto e sarei uscita a farmi una passeggiata fuori, sotto gli alberi che stanno perdendo le foglie.

Mille euro, come la rata del mutuo trentennale della casa. Mille euro, come il doppio del pil pro capite della repubblica del Congo, lì dove si fa la fila per tentare di placare i morsi della fame con una manciata di niente. Mille euro, come un dignitoso stipendio di un precario che ci pensa, prima di andare al cinema.

Scoppieremo un giorno, senza bisogno dell’olio caldo? Io sento già picchiettare sul coperchio della pentola: scoppieremo come un gigantesco pop corn, ma forse è un’immagine anche troppo poetica…